Curdi tra Isis e Nato

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combattenti curde
combattenti curde

Spesso gli inviati se la prendono coi titolisti quando stravolgono il senso del loro scritto. Tuttavia quelle quattro parole lassù sono rilevanti proprio perché mettono in chiaro l’orientamento editoriale al di là di ciò che narrano i sottoposti. Se il Financial Times ha recentemente titolato (su un testo che diceva altro) che “Il rafforzamento del Pyd [il Partito dell’Unità Democratica curda in Siria, ndr] mette a repentaglio gli sforzi americani contro l’Isis”, è una notizia in sé. Il tempo in cui a Ovest si versavano lacrime per la resistenza curda a Kobane, tutto è finito nella tenaglia tra la guerriglia dell’Isis e la repressione turca. Si torni alla realpolitik e i curdi tornino al loro status, ricordano i cronisti del FT, scrivendo del “più grande popolo al mondo senza Stato”, con un bagaglio di sanguinose devastazioni. Le cancellerie occidentali, inclusa Ankara, che annovera il secondo più esteso esercito della Nato, un anno fa dicevano che “rispetto ai violenti jihadisti sunniti è meglio il temuto Kurdistan”. E va detto come l’inviso, in quanto “islamico”, premier-poi-presidente Erdogan abbia avuto il merito, pur tra una repressione del dissenso e l’altra, di aprire qualche spiraglio di diritto politico-linguistico per i curdi. Poi contrordine, il temuto Erdogan torna allo schema del laicissimo Ataturk: si ripristina la potenza ottomana su un enorme territorio mediorientale ergendosi a sentinella dell’Occidente, e riproponendo la stessa moneta di scambio: poter stroncare indisturbato la principale opposizione interna, una minoranza curda di venti milioni di anime, come mai si era spinto alcun sultano. Ed è così che (nonostante gli attentati a Parigi) tornano a far meno paura le invasate milizie islamiste rispetto alle rivendicazioni sociali di un popolo bistrattato, tanto più se la resistenza curda oltre la frontiera siriana va a incrociare simpatie russe. Da fonti curde si sono quindi levate accuse di connivenza, o almeno inazione, delle autorità turche sugli attentati rivendicati dall’Isis nei mesi scorsi a Suruç e Ankara, che hanno fatto centinaia di morti. Strano il loro bersaglio: non la Nato o Erdogan, ma innocue manifestazioni marxiste che simpatizzavano per Kobane e il Pkk, il Partito dei Lavoratori Curdi, principale nemico del governo turco. Strana anche la posizione europea che, nonostante brontolii minoritari a sinistra, non batté ciglio nel 2001 dinanzi alla richiesta americana di includere tale partito tra le organizzazioni ‘terroristiche’, con le conseguenze politiche e giudiziarie del caso. E strano che questo sia avvenuto verso un’entità rappresentativa di una popolazione che nell’ultimo secolo ha subito centinaia di migliaia di vittime (altrettanti costretti all’esilio) per repressione, senza alcun ripensamento a Bruxelles quando due anni fa venne proclamata una tregua, né negli ultimi mesi di resistenza curdo-marxista contro lo Stato Islamico, celebrata dagli stessi media occidentali, a fianco anche dei peshmerga (curdi), a Sindjar e in altre città irachene. Stranezze che convergono a riprodurre un quadro drammaticamente chiaro, che la stessa stampa americana non esita periodicamente a definire ‘apartheid’ e ‘genocidio culturale’. Altrettanto lineare la cronaca degli ultimi mesi. A giugno una coalizione filo-curda di sinistra (il Partito Democratico dei Popoli, HDP) diventa terza forza in Parlamento con un insperato 13%, mentre il partito di Erdogan arretra. A luglio l’aviazione turca rompe la tregua bombardando postazioni curde anche in Iraq. La storia novecentesca di scontri, attentati, arresti e deportazioni di massa, distruzioni di villaggi ricomincia, nel contesto degli attentati dell’Isis contro i curdi stessi. Il presidente indice nuove elezioni a novembre e le rivince, mentre l’HDP denuncia di aver subito ben 128 attacchi alle proprie sedi. Vi sarebbero altre centinaia di morti negli ultimi mesi, ma non c’è alcun dato accertabile in quanto intere zone del sud-est sono del tutto blindate agli osservatori esterni. “Giuro per la fratellanza tra il popolo turco e curdo”, disse nel ‘91 in Parlamento (in curdo) la prima deputata curda Leyla Zana, venendo perciò arrestata per dieci anni.