Expo, perché, per chi

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Perfino l’Inps ha promosso viaggi agevolati per l’Expo. Nell’88 la saga fantozziana suonava datata quando uscì il sesto capitolo, sulla “pensione”, in quanto fotografava un mondo in estinzione, ovvero l’esteso e gerarchico apparato statale presente nei processi produttivi, con le caricaturali vicende impiegatizie e risibili conquiste sindacali di chi cercava di rivendicare una pur misera dignità lavorativa, salariale e familiare. Nemmeno gli autori immaginavano di disegnare scenari più ameni di quelli di oltre un quarto di secolo dopo. La gita organizzata a Venezia dal ragionier Filini si è concretata nella meno luminosa Milano. Impiegati e pensionati reclutati per non far fallire l’immagine del Grande Evento. Lavoratori reclutati gratis (nella pellicola i pensionati finivano a pagare per lavorare, ora lo si è chiesto ai giovani impegnati nell’Evento): 4 euro orari, lo stipendio medio calcolato da osservatori indipendenti, tra chi ne riceveva fino a 8 e chi nulla. Con la contropartita di “esserci”: ad alimentare l’aura dell’Evento da far consumare ai proletari c’era una poco discutibile retorica: l’essenza vitale, il cibo, da e per il mondo. Da non perdere, come per La corazzata Potëmkin, imposta al Secondo Tragico Fantozzi da un dirigente appassionato della cinematografia sovietica, cioè “forse di sinistra”. “In due settimane potrò stringere amicizia con 1.000.000 di persone”, lo slogan reso pubblico per attrarre lavoro non salariato. I dati di Expo 2015 ballano ancora, e continueranno a ballare, tra calcoli su costi, ricavi, rendite e ricadute. I visitatori sono stati 21 milioni, cifra in sé congrua ma al ribasso rispetto a larga parte delle edizioni precedenti e alle stime iniziali, peraltro alimentata dalla disperata corsa interministeriale all’omaggio e allo sconto che ha appunto coinvolto anche gli enti previdenziali. Poi, tra inchieste giudiziarie, arresti, dossier giornalistici e puntualizzazioni ufficiali, il contributo al deficit pubblico dei conti in rosso è variamente stimato ad almeno alcune centinaia di milioni di euro. Circa 600mila gli articoli giornalistici, cifra gigantesca che racchiude l’universo dell’informazione embedded, con l’aggiunta dei soliti tantissimi (individui, testate) che lo fanno gratis confidando in qualche ricompensa alla compiacenza. Pochissimi, invece, gli scritti dalla stampa estera, così come gli arrivi di cittadini e autorità straniere (incluse Bruxelles e il Vaticano). Molto si è disquisito su tali numeri, su quel che rivelano in termini di ‘riuscita’ dell’Evento e sui costi pubblici (nessuno si sogna di predire benefici futuri per la collettività), poco invece su quel che rimane sul senso dello stesso. L’esposizione universale è tradizionalmente una fiera industriale, capitalistica. Perché allora il “cibo”? La risposta è nella premessa. La sussistenza è tornata a essere il più grande degli affari, come nell’era pre-industriale, con l’aggiunta della facilità con cui oggi, chi può, attinge a ogni angolo e risorsa del pianeta. Il Kenya non voleva gli ogm, dopo la visita di Obama li ha. Decine di milioni di indiani non volevano gli espropri dalle multinazionali, le hanno subite. Quasi nessun paese voleva privatizzare i beni primari, ora lo hanno fatto quasi tutti. L’emisfero sud chiedeva quantomeno di giocare alla pari la globalizzazione alimentare verso la droga mercantile dei sussidi garantiti a nord, nulla di fatto. L’esito concreto è che oltre 800 milioni di persone restano malnutrite, che l’obiettivo fissato 20 anni fa di ridurre tale cifra entro oggi al 7% della popolazione è del tutto fallito (siamo quasi al doppio), che ogni giorno diecimila bambini muoiono di fame. Il corollario strutturale è ovvio, documentato da ogni ente internazionale o indipendente. La diseguaglianza si è impennata negli ultimi 40 anni, e quel che è interessante è che gli incrementi maggiori si sono registrati nei ‘paesi sviluppati’. Chiedere ai contadini delle zone più produttive di cibo in Europa, quali Grecia, Mezzogiorno italiano, Ucraina, e chiedere come stanno invece i loro padroni. Questi i semplici fatti, tenuti ai margini dell’Expo o tuttalpiù mormorati nella sala di qualche convegno etico a nobilitare il business. A padiglioni chiusi, quel che resta dell’Expo è che The-Show-Must-Go-On.