Roma post-democratica

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La notte scesa sull’Europa e le minacce terroristiche sul Giubileo romano, hanno offuscato la violenta quanto ‘ordinaria’ cancellazione della democrazia che proprio a Roma si è consumata a cavallo dei mesi di ottobre e novembre. Post-democrazia, dice qualcuno abbellendo. Commissariamento, in termini tecnici.
Nel marzo 2013 il chirurgo trapiantista e senatore Pd Ignazio Marino vince a sorpresa con il 55% dei voti le primarie per il candidato sindaco di Roma, con l’appoggio di Sel e della defunta Rivoluzione civile. Al primo turno raccoglie il 42,6% dei suffragi e al ballottaggio – giugno 2013 – schiaccia il sindaco uscente, Alemanno, con il 63,9%. Ha dunque tutti i titoli per governare, con il difetto di non essere un renziano. Diciamo che lascia Roma com’era prima, risanando le brutture più scandalose della giunta precedente ma proseguendone, nella sostanza, le scelte privatistiche e gli sgomberi di case occupate e campi rom. A fine 2014 scoppia Mafia Capitale e si scopre che il contagio corruttivo riguarda non soltanto la giunta Alemanno ma anche quella Marino. Tutto il Pd romano (estraneo se non ostile a Marino) vi sta immerso fino al collo. Renzi commissaria il Pd romano con Orfini e di fatto cerca di mettere sotto tutela Marino imponendogli assessori fedeli. Marino, che non si era neppure reso conto delle infiltrazioni mafiose, resiste, più per sfrenato egocentrismo che per dissidio politico, commettendo una sequela comicamente incredibile di gaffes ed errori, dalle vacanze nei momenti cruciali (funerali Casamonica, vertici per i finanziamenti) al presenzialismo non invitato (il viaggio del Papa a Filadelfia, occasione di una vendetta curiale per le aperture sui matrimoni gay), alla vicenda degli scontrini. Il tutor Orfini lo abbandona per ordini superiori e un Sindaco eletto con consenso popolare schiacciante è costretto alle dimissioni, che peraltro gestisce malissimo, dandole con riserva, ritornando sui suoi passi, convocando il consiglio municipale fuori tempo e alla fine arrendendosi per la rinuncia in blocco davanti al notaio di 26 consiglieri di maggioranza ricattata e opposizione compiacente.
Una bruttissima storia, la cui sostanza è la destituzione forzosa di un eletto cui è subentrata una squadra di commissari prefettizi, in parte paracadutati dall’esperienza di Milano, ribattezzata ‘capitale morale’ per il successo (dubbio e assai inquinato) dell’Expo. Il cui commissario, il manager Sala,  è sceso in lizza come candidato sindaco per Milano, che voterà nel maggio prossimo insieme a Napoli, Bologna e Roma.
Amministrare democraticamente è faticoso, soprattutto senza il supporto di un partito (Partito della Nazione o meglio del Capo, localmente dissoltosi in un arcipelago di clientele notabiliari quando non di cosche). Sostituire la politica con commissari prefettizi in nome dell’emergenza (prima il Giubileo, poi Mafia capitale, infine il terrorismo incombente) rischia di cancellare la democrazia proprio nel suo livello più sensibile, quello di prossimità, e di farlo per un periodo indefinito, perché ormai viviamo in una perenne quanto presuntiva emergenza. I commissari, così come le opzioni populiste, non sono ‘né di destra né di sinistra’ e anche i partiti concorrenti cominciano a definirsi tali: il M5s (probabile vincitore, secondo i sondaggi) è, per definizione, ‘oltre’ quelle desuete categorie. Il candidato più riconoscibile, il palazzinaro Marchini, “ama Roma” e si dichiara al di sopra delle parti (ma non della rendita fondiaria). Il Pd è allo sbando e si dubita perfino che possa arrivare al ballottaggio. È il laboratorio dello smantellamento della democrazia rappresentativa, poco funzionale rispetto agli imperativi del mercato neo-liberale. Anche la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale promosse da Renzi vanno nella stessa direzione. Però qui cominciano i problemi: al ballottaggio – previsto dalla nuova legge elettorale, l’Italicum – il M5s supererebbe, di un soffio, il Pd. Quanto alle elezioni romane, sempre ora, sembra che tutti i partiti giochino a perdere, dividendosi in due (Pd e Sinistra italiana), riluttando a designare un candidato comune (la destra), o evitando di presentare un candidato prestigioso (M5s). L’altra faccia della crisi della democrazia e dell’ingovernabilità strisciante. Buche, rifiuti ammucchiati e disservizi assortiti seguono, come prima.