L’uso della vita

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«Le lotte di classe hanno come posta in palio il modo in cui si usa la vita. Non mancano di inventare usanze inaudite, in grado di confinare quelle fin lì prevalenti nel museo degli orrori». Queste righe potrebbero restituire in maniera sintetica e adeguata il nuovo libro di Paolo Virno L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita, Quodlibet, 2015. Composto di tre saggi, i primi due già pubblicati nel 1994 con il titolo Mondanità dalla manifestolibri, se ne aggiunge un terzo L’uso della vita scritto nell’estate del 2014 dal quale le righe iniziali qui. Il primo saggio schiettamente filosofico è intitolato Mondanità e mette in scena un corpo a corpo con Kant e Wittgenstein elaborando una disamina degli stati d’animo dai quali siamo pervasi quando pensiamo al mondo nel suo insieme, il ‘sublime’ per Kant e la ‘meraviglia’ per Wittgenstein, scommettendo su una loro riformulazione prettamente materialista. Una riformulazione che dia luogo a un’idea di mondo dove i molti che condividono l’esperienza del “non sentirsi a casa propria” – ora che ogni ethos comunitario è per fortuna conflagrato (con buona pace di Heidegger) ma rimane sempre latente, ricordiamolo, il perturbante di una risposta identitaria, comunitaria e ipernarcisista alla rischiosità del mondo – e partecipano del general intellect in quanto ‘uno’ che li accomuna, possano dar vita alla comunità politica degli esuli. Ovvero a una Repubblica della moltitudine fondata sulla sfera pubblica dell’intelletto appunto al di là di ogni principio statuale ormai dissolto. Arriviamo così al secondo saggio del libro, l’autentico cuore pulsante che regge l’impianto di tutto il libro, quello straordinario trattato politico intitolato Virtuosismo e rivoluzione e già pubblicato una prima volta nel 1993 sulla rivista Luogo comune. Qui è in questione la dissoluzione dei confini tradizionali tra Azione, Lavoro e Intelletto e quindi una resa dei conti con Hannah Arendt che quei confini difendeva. In virtù della trasformazione produttiva post-fordista che ha fatto del sapere sociale complessivo, della comune competenza linguistica, ovvero dell’Intelletto in quanto attitudine comune, la principale forza produttiva, il lavoro acquisisce sempre di più i tratti propri dell’azione politica: imprevedibilità, capacità di cominciare qualcosa di nuovo, improvvisazione linguistica, abilità nel destreggiarsi tra possibilità alternative, sono questi i tratti tipici del lavoro contemporaneo, un lavoro che richiede sempre di più doti e attitudini di tipo politico. Una trasformazione che era stata già intuita dallo scrittore Luciano Bianciardi nel suo romanzo La vita agra del 1962, al quale Virno dedica un paio di preziose note. Già, perché nelle pagine di quel romanzo il grossetano sottolineava come i lavoratori della cultura e della comunicazione non fossero “strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo vaselina pura. Come si può – in assenza di un prodotto tangibile – valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? Come si fa a calcolare la quantità di fede, di desiderio di acquisto, di simpatia che costoro saranno riusciti a far sorgere?” L’attività senza opera è quindi ciò che caratterizza il lavoro intellettuale contemporaneo, ma per evitare che questo venga catturato e messo a valore come lavoro salariato e subordinato, è necessaria un’azione politica che sappia cogliere l’occasione di libertà insita in questa nuova condizione. Questo significa, insiste giustamente Virno, nel mettere in pratica un esodo, una ‘sottrazione intraprendente’ che sia allo stesso tempo congedo dall’ordinamento statale, come dicevamo già prima, e invenzione spregiudicata di nuove istituzioni del comune, un’invenzione che alteri le regole del gioco facendo impazzire la bussola dell’avversario. Questo significa optare sempre per la fuga e la diserzione a scapito della resistenza, per l’invenzione e l’innovazione, come fece negli anni Settanta quella forza-lavoro giovanile che disertò le fabbriche e come fecero prima di loro gli operai americani che a metà dell’Ottocento colsero l’occasione della frontiera rifiutando la loro condizione di partenza e inventando un mondo nuovo. ‘Esodo, Intemperanza, Disobbedienza’ sono le passioni che disegnano la geometria di una Repubblica dei Molti, dove L’uso della vita, titolo del terzo e ultimo saggio, è sempre invenzione materialista di forme di vita inedite e più libere contro ogni conservazione proprietaria, come si ricordava all’inizio.