La Rete ci insegue

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Ce li ricordiamo i discorsi di più o meno vent’anni fa? Si andava facendo evidente che il World Wide Web – collegamento fra calcolatori militari mutuato da quattro università americane nel 1969, a poche settimane dallo sbarco sulla Luna – non era un passatempo da nerd, bensì l’interfaccia tecnico dell’ecumene contemporaneo: la ‘macchina mondiale’. Internet, si diceva, avrebbe finalmente emancipato l’umanità: quello digitale era un cosmo infinitamente plastico nel quale le nostre menti, svincolate dalla propria localizzazione nello spazio (e – azzardavano i più mistico/desideranti – nei rispettivi corpi), si sarebbero incontrate fra loro in assoluta, estatica libertà. Libere in particolare dal più odioso dei legami simbolici (e pratici): quello chiamato lavoro. Più di recente, agli eredi del movimentismo operaista, il www è apparso incarnare (si fa per dire) un concetto di Marx affascinante quanto oscuro, che conosce ora un significativo ritorno d’interesse: il ‘general intellect’ dei Grundrisse. È da accogliere con favore, allora, il farsi avanti di una generazione di studiosi che, raccogliendo l’eredità della Scuola di Francoforte, a questa ‘sinistra affermativa’ oppone un salutare correttivo ‘negativo’: proprio come Adorno, una sessantina d’anni fa, nei confronti del marxismo classico. Molto esplicito in tal senso è Hartmut Rosa, che da anni cerca di spiegare il paradosso per cui, malgrado la nostra vita vada sempre più veloce, abbiamo la sensazione di avere sempre meno tempo. La ׂ’stasi iperaccelerata’ in cui viviamo – conclude in Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (traduzione di Elisa Leonzio, Einaudi, pp. 123, € 18) – è la forma assunta oggi niente meno che dall’alienazione (concetto marxiano, questo, che appariva da tempo impronunciabile). Negli ambienti digitalmente iperaccessoriati nei quali conduciamo le nostre esistenze di pallide monadi, quello che facciamo non siamo davvero noi a volerlo. Il tempo ci sfugge tra le mani precisamente perché non è il nostro tempo, bensì un tempo ‘alieno’. O meglio, appunto, che ci è stato alienato.