La Rete ci arruola

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In rete, tutto quello che diciamo (e facciamo) sarà usato contro di noi. Il nuovo Grande Fratello di cui parla Han, per sorvegliarci, segue le nostre ‘tracce’ in quanto “la nostra vita digitale si imprime fedelmente nella rete”: un dispositivo capace di “protocollare l’intera vita”. Il filosofo contemporaneo che, sulle orme del maestro Jacques Derrida, più ha insistito su questa nostra condizione – definita documentalità in un importante saggio di qualche anno fa – è senza dubbio Maurizio Ferraris. Che nel suo ultimo Mobilitazione totale (Laterza, pp. 109, € 14) piega in un senso meno lieve temi già trattati in precedenti libri-gadget sulla filosofia del telefonino o dell’i-pad. Resta allergico ai toni apocalittici, Ferraris; eppure colpisce l’insistenza con cui riconduce a metafore militari e belliche un panorama sociale, il nostro, che come Han legge nella chiave di una ‘microfisica del potere’ fattasi concreto ‘dispositivo’ tecnologico (poco incisivi appaiono i distinguo da Foucault e Agamben). “Questo enorme reticolo burocratico che è il web” ha origini militari, si sa; ma fa notare Ferraris come il primo telefono mobile “fu il telefono rosso ideato nel 1963”: che consentiva al presidente degli Stati Uniti, in casi estremi, di ordinare la guerra nucleare. L’ “apparato” digitale ci si rivolge in “una chiamata alle armi”, come nella “mobilitazione totale” di cui parlava, prima dell’avvento del nazismo, Ernst Jünger: altro che emancipazione! È questo, per Ferraris, “il capitale del XXI secolo”: quello in cui “i mobilitati mettono il lavoro (spesso inconsapevole, oltre che non retribuito) e i mezzi di produzione […]; mentre l’apparato trae i vantaggi economici”. Non è l’unico ‘spettro di Marx’ che si aggiri in questo libro: se è vero che anch’esso, come quello di Rosa, fa ricorso al concetto di alienazione. Peccato che Ferraris non si confronti coi Deleuze e Guattari di Mille piani: i quali – in tempi non sospetti – sviluppavano la similitudine fra atti di linguaggio e ‘parole d’ordine’, ricorrendo proprio all’espressione jüngeriana, la “mobilitazione generale”, come atto performativo sociale.