Nell’America che combatte nella Seconda guerra mondiale sotto le insegne della democrazia e che, nel dopoguerra, precipita nella guerra fredda, trova ragioni di essere un’arte anarchica, sovversiva nelle sue espressioni e nella personalità dei suoi protagonisti. Vale per la letteratura, per la pittura, per la musica. È la bomba nucleare e la gara nucleare-spaziale a tenere la scena. La guerra si è chiusa con Hiroshima e Nagasaki, in Cina vincono i ‘rossi’ di Mao, nella guerra ‘per procura’ tra le due Coree si fronteggiano capitalismo e comunismo. Le principali città del Paese vengono investite da due paralleli fenomeni: la criminalità organizzata (commissione Kefauver) e la psicosi del ‘pericolo rosso’ (commissione McCarthy). Gli ideali di democrazia piena e società giusta della generazione precedente (Dos Passos, il primo Steinbeck, i pittori Levine ed Hopper, Hemingway) sono cancellati. In questa situazione agiscono Pollock in pittura, Kerouac in letteratura, Ginsberg in poesia, Burroughs nelle nuove possibilità creative, e Charlie Parker nel jazz (be-bop). “Charlie Parker quel malinconico, angelico incosciente che racchiudeva in sé tutta la storia del jazz, figlio della notte americana del be-bop” è Kerouac Sulla strada, il romanzo della generazione scritto su uno spartito musicale. (pdg)

testo e schede Paolo Prezzavento foto Allen Ginsberg e Robert Frank

 

Nei primi anni Quaranta, a New York, si forma un gruppo di amici che hanno in comune gli interessi letterari e una notevole propensione a cacciarsi nei guai.
La deriva verso l’illegalità e la tossicodipendenza è dovuta in gran parte all’influsso di William Burroughs, che si era trasferito a New York dal 1943. Si deve soprattutto a Burroughs il collegamento tra due mondi che sembravano agli antipodi: quello dei primi tossicodipendenti di Times Square, tra cui il leggendario Herbert Huncke, un hipster che viveva di espedienti (fu lui il primo ad utilizzare la parola beat nella sua accezione negativa di “sballato, sfinito, abbattuto”) e gli studenti della Columbia University, tra cui Allen Ginsberg. Ma il vero evento fondante del movimento beat è un delitto, un delitto a sfondo omosessuale che attirò l’attenzione dei media newyorkesi negli anni ’40, l’uccisione di David Kammerer, un insegnante di inglese, ad opera del suo discepolo Lucien Carr, enfant prodige del primo gruppo beat, di cui Kammerer si era perdutamente innamorato. Di fronte alla corte spietata di Kammerer, alla fine Carr, esasperato, reagì alle sue ‘attenzioni’ accoltellandolo e gettandone il corpo nell’Hudson. Carr confessò il delitto dopo due giorni, fu condannato e successivamente scarcerato dopo aver scontato solo due anni di prigione. William Burroughs e Jack Kerouac, che furono arrestati e poi rilasciati su cauzione per favoreggiamento, presero ispirazione dal delitto Kammerer per scrivere un romanzo sperimentale a quattro mani dal titolo E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche (And the Hippos Were Boiled in Their Tanks). Per molti anni Lucien Carr si è opposto alla pubblicazione di questo libro, che è uscito in versione integrale solo di recente, nel 2008.
Il termine beat nasce ufficialmente nel 1952, a New York, ad opera del critico-scrittore-giornalista John Clellon Holmes, che lavorava al New York Times. Nell’ambito di una serie di articoli sulla poesia contemporanea, Holmes pubblicò un pezzo intitolato This is the Beat Generation, in cui per la prima volta veniva presentato all’opinione pubblica americana questo gruppo di scrittori ribelli che stavano rivoluzionando la letteratura americana.
Uno degli elementi di spicco del gruppo beat è un giovane ragazzo ebreo proveniente da Newark, nel New Jersey, che studia alla Columbia University e vuole fare l’avvocato, Allen Ginsberg. Ginsberg frequenta la Columbia, ma i suoi strani amici di Times Square e del Greenwich Village, tra cui Huncke e Burroughs, cominciano a creargli qualche problema con la giustizia. Alla fine viene espulso dalla Columbia e diventa il poeta-profeta di punta dei beat grazie ad un altro evento fondante del movimento: il leggendario poetry reading del 7 Ottobre 1955 alla Six Gallery di San Francisco, durante il quale Ginsberg declama per la prima volta i potenti, lunghissimi versi del poema L’Urlo (Howl), vero e proprio manifesto della Beat Generation. Ginsberg diventa successivamente un vero e proprio guru, un leader spirituale del movimento beat dopo la sua conversione al buddismo Zen e anche uno dei più influenti leader politici del movimento del sessantotto americano, quando i beat e gli hipster degli anni ‘50 si trasformano negli hippy e nei contestatori degli anni ‘60.
Alla fine degli anni cinquanta esplode il fenomeno del romanzo Sulla Strada (On the Road, 1957) di Jack Kerouac, che diventa la Bibbia della generazione. Kerouac è il primo fra i beat che sconvolge i canoni del bello scrivere che avevano dominato la letteratura americana fino a quel momento. Kerouac introduce un’altra accezione del termine beat, non quella che rimanda a beaten, “battuto”, oppure al beat, al ritmo del be bop di Charlie Parker, ma quella che rimanda a beatific, “beato”, indice di un’incessante ricerca spirituale.

Urlo

per Carl Solomon

Ho visto le menti migliori della
mia generazione distrutte dalla
pazzia, affamate nude isteriche,
trascinarsi all’alba per strade di
negri in cerca di una siringata
rabbiosa di droga, hipster aureolati
bramare l’antico contatto paradisiaco
con la dinamo stellata
nel macchinario della notte…

Nel 1959 la casa editrice francese Olympia Press pubblica Naked Lunch (Pasto Nudo) di William Burroughs, l’opera che, insieme a L’Urlo di Ginsberg e Sulla Strada di Kerouac, meglio rappresenta la rivolta totale della Beat Generation. Si tratta di un romanzo di fantascienza che è anche una spy-story, un romanzo pornografico e un drug-novel, ma è soprattutto la narrazione sconclusionata delle vicende assurde e inconcludenti di una serie di personaggi bizzarri, che si avventurano in pericolose avventure, per lo più a sfondo sessuale, narrate con una forte componente di humor nero.
Nel 1962 Naked Lunch viene pubblicato anche in America, in un numero speciale della rivista Big Table e poi dalla Grove Press. Subito le copie vengono sequestrate e l’autore e l’editore vengono denunciati per oscenità. Ne derivò un celebre processo che si tenne a Boston nel 1965, processo che in pratica segnò la fine della censura negli Stati Uniti.
Tra i membri originari del gruppo beat tra New York e San Francisco, ve ne sono alcuni che hanno continuato per decenni a diffondere il verbo beat, ma senza proporre alcunché di nuovo, come è accaduto a Gregory Corso e allo stesso Ginsberg (per non parlare di Kerouac, che si chiuse in se stesso e sprofondò nell’alcolismo) altri hanno dimostrato una maggiore capacità di superare quel particolare momento storico, di saper aggiornare e arricchire la loro poetica. In questo ultimo gruppo vanno annoverati William Burroughs, che ha avuto influsso su tutti i maggiori sviluppi della narrativa postmoderna contemporanea, Lawrence Ferlinghetti, fondatore nel 1955 della casa editrice dei beat, la City Lights, che a più di novant’anni riesce ancora ad essere promotore culturale di spicco nella sua San Francisco e ha saputo arricchire la sua poetica dedicandosi ad altri ambiti artistici (ad esempio la pittura), e Gary Snyder, approdato a una visione spirituale ed ecologista diventando uno dei leader più autorevoli del movimento regionalista, fautore di un ritorno alla natura e alla poetica dei native americans.

 

Allen Ginsberg
Allen Ginsberg

Allen Ginsberg

Allen Ginsberg, nato nel 1926 a Newark, nel New Jersey, è il principale rappresentante del Movimento Beat. Segue l’evoluzione del Movimento Beat fin da quando i Beat sono semplicemente un gruppo di amici provenienti da varie parti dell’America che si ritrovano a New York e qui iniziano un sodalizio che dura almeno fino a tutti gli anni ’50 e ’60. All’inizio degli anni ’40 Ginsberg è a Manhattan e frequenta la Columbia University e rappresenta il trait d’union tra la Columbia e i tossici di Times Square tramite il suo amico William Burroughs. Dopo un periodo iniziale in cui si comporta da studente modello (voleva diventare un avvocato difensore dei lavoratori oppressi) si allontana sempre di più dalla rispettabilità borghese cui aveva aspirato. Divenuto poeta sulla scia di Walt Whitman e William Blake, Ginsberg scrive circa dieci anni dopo quella che è stata considerata la poesia-manifesto della Beat Generation, Howl (Urlo), che viene recitata per la prima volta il 7 Ottobre 1955 alla Six Gallery di San Francisco, suscitando un enorme scalpore. Questo poema ribelle e osceno fu anche oggetto di un celebre processo che finisce per diventare una enorme cassa di risonanza e uno straordinario battage pubblicitario per il libro. L’attacco rabbioso del poema di Ginsberg segna una rottura totale con tutti i canoni della poesia accademica e con la letteratura dei tranquillizing fifties: «Ho visto le migliori menti della mia generazione/ distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche/ trascinarsi all’alba per strade di negri in cerca di droga rabbiosa, / hipster dal capo d’angelo bramare l’antico contatto celeste / con la dinamo stellata nel macchinario della notte…». Da quel momento in poi il Movimento Beat si trasforma in un movimento di massa e Ginsberg, con i suoi capelli lunghi e la sua enorme barba nera, ne è il suo principale guru. La sua immagine comincia a campeggiare in tutte le manifestazioni del neonato Movimento Hippy, i suoi poetry readings diventano dei veri e propri happenings che hanno un’influenza enorme sui giovani lettori/spettatori. Il suo stile di vita privo di qualsiasi inibizione nei confronti del sesso o delle droghe, fuori da qualsiasi schema di rispettabilità borghese, viene adottato da milioni di giovani americani. Anche quando il movimento si politicizza, nel biennio 1966-1968, Ginsberg non si sottrae al suo ruolo di guida spirituale della Controcultura, e organizza diverse manifestazioni di protesta contro la Guerra in Vietnam e soprattutto la grande manifestazione in occasione della Convention del Partito Democratico di Chicago (1968), che segna l’apice del Movimento di protesta contro l’America bigotta e liberticida. Negli ultimi anni della sua vita e nella fase finale della sua carriera, Ginsberg continua la sua infaticabile serie di tour poetici e di iniziative pacifiste, ma negli anni ’80 le sue parole e le sue poesie hanno perso quella presa fortissima che avevano sui giovani. Muore nel 1997 a New York. È sepolto nel cimitero di Newark.

 

Viaggio in India, autoscatto, Allen Ginsberg
Viaggio in India, autoscatto

 

Sogno: 8 Giugno 1955

Poesia della raccolta Sandwiches di Realtà (Reality Sandwiches, 1963). Ginsberg rievoca la figura di Joan Vollmer, moglie di Bill Burroughs, uccisa dal marito in un tragico incidente in Messico nel 1949. Ginsberg la ricorda poco prima del tragico momento in cui il maritò la colpì in fronte con una pallottola. Dopo averle chiesto notizie di Bill Burroughs, di Kerouac e di Herbert Huncke, il celebre tossico di Times Square inventore del termine beat, si rende conto che Joan è già morta e che la sua apparizione è solo un sogno. L’immagine di Joan svanisce lasciando il posto ad una squallida tomba in “un giardino abbandonato nel Messico”.

 

Una notte ubriaca in casa mia con un
ragazzo, San Francisco: giaccio nel sonno:
buio:
ritornai a Mexico City
e vidi Joan Burroughs piegata
in avanti in una sedia da giardino, con le braccia
sulle ginocchia. Mi studiò con
occhi limpidi e sorriso abbattuto, con
la faccia restituita a raffinata bellezza
che la tequila e il sale avevano reso strana
prima della pallottola nella fronte.
Parlammo della vita da allora.
Beh, che cosa sta facendo Burroughs, adesso?
Bill sulla terra, è in Nord Africa.
Oh, e Kerouac? Jack continua a saltare
con lo stesso genio beat di prima,
i taccuini pieni di Buddha.
Spero che faccia l’amore, rise.
E Huncke è ancora nei guai? No,
l’ultima volta l’ho visto a Times Square.
E come sta Kenney? Sposato, ubriaco
e dorato nell’Est. E tu? Nuovi
amori nell’Ovest –
Allora capii
che era un sogno: e le chiesi
– Joan, che specie di conoscenza hanno
i morti? Puoi ancora amare
i tuoi amici mortali?
Che cosa ricordi di noi? –
Allora
svanì davanti a me. L’attimo dopo
vidi la sua tomba macchiata di pioggia
dietro un epitaffio illeggibile
sotto il ramo nodoso di un
alberello nell’erba selvaggia
di un giardino abbandonato nel Messico.

 

 

1953, William Burroughs
1953, William Burroughs

William Seward Burroughs

William Seward Burroughs, nasce nel 1914 a St Louis in una famiglia borghese medio-alta. La sua prima prova letteraria si intitola Autobiografia di un lupo, scritta a soli 8 anni. Nel 1938, mentre si trova ad Harvard, scrive una bizzarra storia insieme all’amico Kells Elvins intitolata Ultimi bagliori dell’alba, storia di un capitano di nave che, per salvarsi durante un naufragio, si traveste da donna. Dopo la laurea, i genitori decidono di assicurargli una rendita mensile di 200 dollari, una somma che gli consente di non lavorare e di nutrire i suoi interessi letterari, ma anche di viaggiare in cerca di avventure a New York, in Messico, in Colombia, in Marocco, a Parigi e a Londra, e di frequentare un gruppo di gente piuttosto strana che vive nella zona del Greenwich Village e che sarebbero poi diventati i poeti e gli scrittori Beat – Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso.
Nel 1949 Bill Burroughs si trasferisce in Messico per sfuggire alle forze dell’ordine a causa dei suoi problemi di droga, ma in Messico accade un incidente che gli cambierà la vita. Durante una festa Bill, completamente ubriaco, uccide la moglie Joan Vollmer sparandole un colpo in testa, convinto di poter emulare l’impresa di Guglielmo Tell. Viene accusato di omicidio, fugge dal Messico. Nel 1951 pubblica La scimmia sulla schiena (Junky), che racconta le sue esperienze di droga e nel 1953 Checca (Queer), in cui affronta con grande franchezza il tema della propria omosessualità. Nel 1953 si trasferisce in Colombia. Ha sentito dire che nella giungla colombiana si trova lo Yage o Ayahuasca, leggendaria pianta da cui si estrae un potentissimo allucinogeno. Di questa esperienza rimane un resoconto nelle celebri Lettere dello Yage (The Yage Letters, 1963), scambio epistolare con Allen Ginsberg.
Parte poi per il Marocco e si stabilisce a Tangeri, dove continua a provare le più svariate droghe. Conosce lo scrittore Paul Bowles, l’autore di Tè nel deserto (The Sheltering Sky, 1949) e il pittore Brion Gysin, che gli darà lo spunto per il suo celebre metodo letterario del cut-up, mescolare ritagli di giornali, registrazioni e frasi rubate da altri libri. Nel 1958 Burroughs si trasferisce a Parigi insieme a Brion Gysin, l’anno successivo l’Olympia Press di Maurice Girodias pubblica Pasto Nudo (Naked Lunch), il suo libro più celebre, grazie all’interessamento di Allen Ginsberg. Dopo Naked Lunch, Burroughs scrive la cosiddetta Prima Trilogia o Trilogia Nova, inaugurata da La Macchina morbida (The Soft Machine, 1961), proseguita con Il biglietto che è esploso (The Ticket that Exploded, 1962) e Nova Express (1964), e inizia ad esplorare varie altre tecniche di scrittura sperimentale, per approdare infine a una nuova poetica con la cosiddetta Seconda Trilogia. La Seconda Trilogia inizia con Città della Notte Rossa (Cities of the Red Night, 1981), che racconta le avventure del Capitano Mission, prosegue con Strade Morte (The Place of Dead Roads, 1983), un western a sfondo omosessuale che narra le avventure del pistolero Kim Carsons, e si conclude con Terre Occidentali (Western Lands, 1987), i cui protagonisti sono il pistolero Joe il Morto e il misterioso agente Neferti, alla ricerca del Paradiso dell’antica religione egizia: le Terre Occidentali.
William Burroughs è morto nel 1997 a New York.

 

William Burroughs e Jack Kerouac
William Burroughs e Jack Kerouac

Strade Morte

Qui Burroughs condensa la visione del mondo cui era giunto dopo anni e anni di tossicomania e di una vita di vero e proprio ‘fuorilegge della letteratura’: gli uomini sono schiavi e mantenuti in un perenne stato di soggezione e di asservimento dagli Dei Schiavi delle religioni ufficiali; nella storia un solo leader spirituale è riuscito a ritrovare la strada perduta verso il Giardino dell’Eden, le Terre Occidentali dell’antica religione egizia, la stazione spaziale dalla quale gli umani sono stati banditi: Hassan al Sabah, alias il Vecchio della Montagna, il fondatore della setta Ismaelita asserragliato nella Fortezza di Alamut, nel Nord dell’Iran, una sorta di proto-terrorista del dodicesimo secolo. Le armi utilizzate da al Sabah sono i suoi fidati assassini, giovani seguaci addestrati ad uccidere, che lui può inviare in ogni parte del mondo per eliminare quei capi politici o spirituali che si mettono sulla sua strada. Compito degli assassini è spargere il terrore in tutto il mondo…Gli assassini potevano rimanere dormienti ed aspettare anni prima di intervenire. La via indicata da Hassan al Sabah e quindi da Burroughs per superare l’eterno dualismo della cultura e della filosofia occidentale è quella della ribellione totale a qualunque religione tradizionale, al consueto dualismo vita-morte, uomo-donna, etc, attraverso il medesimo che cerca il medesimo, attraverso l’amore per il medesimo, cioè l’omosessualità, il sesso tra maschi. Ancora una volta la donna è completamente bandita, eliminata, dal mondo di Burroughs, trattata come un essere alieno….
Qui a è l’ultima profezia del Grande Vecchio della Controcultura, la sua ultima sfida alla società.
“Hassan i Sabbah era un membro del culto ismaelita che era stato accanitamente perseguitato dai musulmani ortodossi. Erano già entrati in clandestinità e avevano costituito una rete di agenti segreti.
Hassan si attirò l’antipatia di un potente e si salvò con la fuga. Fu durante questa fuga che ricevette la visione dell’Imam e si mise a capo della setta ismaelita con tutte le sue ramificazioni clandestine. Passò diversi anni in Egitto. Di nuovo la fuga. Si salvò su un battello e si dice che abbia placato una tempesta. Radunò alcuni seguaci e, dopo anni di pericoloso vagare, si stabilì con essi nella fortezza di Alamut, in quello che ora è l’Iran settentrionale… (la fortezza esiste ancora). Visse lì per trent’anni e addestrò i suoi assassini, che sparsero il terrore per tutto il mondo musulmano.
Il Vecchio poteva colpire anche a Parigi. Le fonti non ci dicono nulla dell’addestramento ricevuto dai suoi assassini ad Alamut, ma sappiamo che talvolta ci volevano anni prima che l’assassino venisse mandato in missione. Nessuno ha spiegato come il Vecchio inviasse un ordine di omicidio per centinaia di migliaia di miglia. La biblioteca di Alamut a quanto sembra era un mito e nessun insegnamento scritto è sopravvissuto. Chi assassinava e perché? La maggior parte dei colpiti erano califfi, sultani e leader religiosi, mullah e roba del genere. Hassan i Sabbah non attaccava per primo. Aspettava finché il nemico faceva una mossa contro di lui. In questo modo la sua posizione era simile a quella di Kim…Limitarsi a badare ai fatti propri finché qualche balordo che cerca di costruirsi una reputazione uccidendo il famoso Kim Carsons viene ad attaccare briga.
Hassan i Sabbah era ben conosciuto in tutto il mondo musulmano proprio come Kim era conosciuto come pistolero in tutto il Vecchio West. Così ogni generale, califfo, mullah, sultano poteva tentare di uccidere il Vecchio. Lui individuava quelli che avevano intenzione di provarci prima ancora che lo sapessero loro, e aveva un uomo di guardia pronto a uccidere appena tentavano una mossa.
La base del culto ismaelita è un rapporto diretto tra potere divino e leadership attraverso il contatto con l’Imam. Si tratta di qualcosa che non può essere simulato. Non potete falsificarlo più di quanto non possiate falsificare un dipinto, una poesia, un’invenzione o un pasto. C’è o non c’è. Uno sguardo e lo sapete. Il potere del vecchio sui suoi assassini è basato su una verità spirituale che si evidenzia da sola.
Durante l’esilio in Egitto apprese alcuni segreti fondamentali per mezzo dei quali si realizzò il suo futuro potere. Alcuni studiosi hanno erroneamente dedotto che questo segreto consistesse nell’uso dell’hashish. L’hashish era semplicemente un sovrappiù. Ciò che Hassan i Sabbah imparò in Egitto era che il paradiso esiste davvero e può essere raggiunto. Gli Egizi lo chiamavano le Terre Occidentali. È questo il Giardino che il Vecchio mostrava ai suoi assassini… Non può essere finto più di quanto possa essere finto il contatto con l’Imam. Non è un vago paradiso eterno per il giusto. È un luogo reale al termine di una strada molto pericolosa.
Il Giardino dell’Eden era una stazione spaziale dalla quale siamo stati banditi, condannati a vivere sulla superficie del pianeta col sudore della fronte in una lotta costantemente persa contro la legge di gravità. Ma banditi da chi? Da un Dio bastardo che si fa chiamare Jehovah o chissà cosa. Soltanto un leader spirituale scoprì questo, e trovò una chiave per un giardino…perché una volta che avete la chiave non c’è un giardino solo ma molti giardini, un numero infinito.
Lui trovò la chiave in Egitto. Ma gli egiziani non avevano una chiave. Gli Dei avevano tutte le chiavi e ammettevano solo mortali eletti. Ed eletti perché?
Perché servivano come condotti di energia per mantenere la stazione. Erano in realtà vampiri addestrati e messi sulle tracce delle mummie per succhiare l’energia di cui la stazione spaziale ha bisogno, perché la stazione, dalla notte dei tempi, è radicata nel tempo e rifornita dal tempo.
Il Vecchio era un rinnegato. I suoi assassini colpivano i capisquadra e i supervisori che amministrano il Grande Ranch. E ogni volta che lo facevano, si impadronivano di una chiave. Così il Vecchio creò la sua stazione, il Giardino di Alamut. Ma il Giardino non è la fine della corsa. Può essere visto come un luogo di riposo e un centro di mutazioni. Libero da persecuzioni, il manufatto umano può evolversi in un organismo adatto alle condizioni di vita dello spazio e dei viaggi nello spazio.
Fino a che punto la situazione è cambiata? Non di molto. La mummia è stata sostituita da una coltura di virus, inserita in idonei ospiti umani. Il Virus 23 ha esattamente la stessa funzione di una mummia: un condotto di energia per tenere in attività il ranch e il bestiame umano laggiù al pascolo dove ingrassa e si prepara… Come era al principio, e ora, e sempre… Nei secoli dei secoli MUU MUU MUU.
Mucche spinte al mattatoio…Dio, il Padre, il Figlio e Spirito Santo, e quando lo Spirito Santo si affievolisce loro semplicemente negano che la stazione spaziale esista. Questa è la direttiva attuale. A ogni modo, abbiamo le nostre mucche che vanno con il Vaticano e che vengono con il Cremlino, e l’enorme serbatoio del materialismo, proprio fanatico quanto il più demente Inquisitore. «Chiunque scriva sul cosiddetto Programma Spaziale Evolutivo dovrebbe essere condannato alla fustigazione in pubblico e bandito da ogni ulteriore attività» disse qualcuno il cui nome era così prossimo a Condom che se gli entrasse se lo dovrebbe mettere.
Ben fatto, sincero e fedele servitore. Abbiamo convenientemente cessato di esistere. E ci sono stati momenti in cui hanno tenuto il cielo cucito stretto come il culo di una puttana tossicomane… ma succede sempre, i grossi allevatori si rilassano nel gabinetto esterno.
Il Vecchio aveva trovato il modo di evitare la trafila della mummia. Gli immortalisti attuali si sono arrangiati diversamente. Hanno semplicemente ridotto la loro vecchia mummia puzzolente a cristalli virali per inserirli in un ospite umano, come insetti schifosi che vanno in giro a deporre le loro uova nelle persone. La via del Vecchio è il sesso tra i maschi. Il sesso forma la radice di un dualistico e quindi solido e reale universo. È possibile risolvere il conflitto dualistico in un atto sessuale, dove il dualismo non ha bisogno di esistere.
Come faceva il Vecchio a trasmettere l’ordine di morte a distanza? La parola telepatia è fuorviante. Comunicazione organica sarebbe una definizione più esatta, dal momento che è coinvolto tutto l’organismo.
Si trasmette e si riceve tanto con l’alluce del piede quanto con il cervello e ciò che è trasmesso è una forte reazione emotiva, non dati neutri come triangoli, cerchi e quadrati. Pensate agli esperimenti russi descritti in Scoperte psichiche oltre la Cortina di Ferro. Dei coniglietti della stessa nidiata in un sottomarino russo a tremila miglia dalla mamma coniglia. Vengono poi uccisi in modo accuratamente calcolato per sollecitare la più forte delle reazioni, afferrati da bestiali marinai russi e fatti roteare in aria per le zampe di dietro, e mentre orinano e defecano per il terrore i loro cervelli vengono fracassati contro un lanciasiluri. A tremila miglia di distanza, la mamma coniglia mostrava sei forti reazioni sul poligrafo nel preciso istante in cui i suoi coniglietti venivano liquidati…«Così faremo conigli dei nostri nemici» bofonchiano i russi mentre mescolano il loro cocktail Bloody Rabbit fatto con sangue di coniglio e vodka. Così il Vecchio trasmetteva una reazione per attivare un piano preordinato. «Niente è vero. Tutto è permesso». Le ultime parole di Hassan i Sabbah. E qual è il più autentico tratto distintivo della razza umana? Nascita e Morte. Il Vecchio mostrò ai suoi assassini la libertà da rinascita e morte. Creò dei veri esseri, concepiti per i viaggi spaziali. La capacità di respirare aria deve avvenire prima della transizione dall’acqua all’aria. Altrimenti per delle creature d’acqua incapaci di respirare aria è semplicemente suicida trasferirsi nell’aria. Allo stesso modo il potenziale per un’esistenza nello spazio si deve sviluppare prima della transizione dal tempo allo spazio. Qui stiamo considerando alterazioni biologiche dimostrabili. Nuovi esseri. Non si possono falsificare. Non si può respirare con polmoni finti”.

(Strade Morte, Elliot edizioni, Roma, 2008, pp. 230-235, traduzioe di Giulio Saponaro)

 

 

1959, Tangeri, Jack Kerouac
1959, Tangeri, Jack Kerouac

Jack Kerouac

Nato nel 1922 a Lowell, nel Massachussetts, da una famiglia di origine canadese. Nel 1950 Kerouac pubblica un primo romanzo nel solco della narrativa della memoria di Thomas Wolfe, La città e la metropoli, che riscuote un certo successo tra la critica, ma ben presto il giovane scrittore si rende conto che la sua strada è un’altra, e comincia a esplorare un nuovo modo di scrivere che rappresenti veramente una rottura con tutti i canoni della narrativa precedente. Da questa ricerca stilistica nasce il suo romanzo più famoso, Sulla Strada (On the Road), pubblicato nel 1957, che riprende le esperienze di vagabondaggio di Kerouac. Sulla Strada rappresenta, insieme all’Urlo di Ginsberg, il manifesto della Beat Generation, il libro che tutti in quegli anni avevano letto e a cui si erano ispirati. Jack Kerouac è lo scrittore americano che più di ogni altro scrittore del Novecento ha saputo cantare l’America dei grandi spazi, dei grandi viaggi, che ha saputo rinnovare il tema dell’attraversamento e della vera e propria lotta contro l’immenso corpo dell’America che avevano caratterizzato la letteratura americana a partire da Moby Dick di Herman Melville e Leaves of Grass di Walt Whitman. Dopo il grande successo di Sulla Strada, Kerouac, a differenza di Ginsberg, rifiuta di mettersi a capo del Movimento Beat e si chiude in se stesso. Negli anni ’60 si allontana progressivamente dai suoi amici di un tempo, di cui non condivide la battaglia politica pacifista contro l’intervento in Vietnam. Muore nel 1969, a 47 anni, devastato dall’alcool.

 

Sulla Strada

“A Oakland mi feci una birra tra i barboni di un saloon che aveva una ruota di carro per insegna, e poi via di nuovo sulla strada. Attraversai a piedi tutta Oakland fino alla strada per Fresno. Due passaggi consecutivi mi portarono a Bakersfield, più di seicento chilometri a sud. Il primo me lo diede un ragazzone biondo pazzo come un cavallo a bordo di una macchina truccata. «Vedi il mio alluce?» disse spingendo quell’affare a centotrenta e sorpassando tutti lungo la strada. «Guardalo». Era avvolto in una fasciatura. «Me l’hanno amputato questa mattina. Quei bastardi volevano che restassi in ospedale. Ho preso la mia roba e me ne sono andato. Quante storie per un dito!» Sì, proprio, dissi tra me e me, ma adesso stai attento, e mi tenni forte. Non avevo mai visto un pazzo del volante come quello. Arrivò a Tracy in un batter d’occhio. Tracy è un paese di ferrovieri. I  frenatori consumano i loro pasti cupi nei locali disseminati lungo le rotaie. I treni attraversano la valle fischiando. Il sole al tramonto è lungo e rosso. Sfrecciavamo via davanti ai  magici nomi della valle: Manteca, Madera eccetera. Dopo poco scese il crepuscolo, un crepuscolo color dell’uva, violetto sulle coltivazioni di aranci e sui lunghi campi di meloni; il sole del colore dell’uva spremuta, con squarci di rosso borgogna, i campi del colore dell’amore e dei misteri di Spagna. Infilai la testa fuori del finestrino e inalai grandi boccate di aria fragrante. Fu il momento più bello. Il pazzo era un frenatore della Southern Pacific e abitava a Fresno; anche suo padre era un frenatore. Aveva perso l’alluce negli scali di Oakland azionando uno scambio, non avevo capito bene come. Mi portò in una Fresno brulicante e mi fece scendere nella parte sud della città. Andai a bere una Coca veloce in un piccolo negozio vicino alle rotaie, e lungo la fila di carri merci rossi vidi arrivare un giovane armeno malinconico, e proprio in quel momento una locomotiva fischiò e io dissi tra me e me: “Sì, sì, la città di Saroyan”.
Dovevo andare verso sud; mi misi sulla strada. Un uomo con un furgone nuovo di zecca mi prese su. Era di Lubbock, Texas, e commerciava in roulotte. «Vuol comprare una roulotte?» mi chiese. «Faccia un salto da me in qualunque momento». Mi raccontò di suo padre a Lubbock. «Una sera il mio vecchio lasciò l’incasso della giornata sopra la cassaforte, se lo dimenticò e basta. E cosa succede…durante la notte arriva un ladro con fiamma ossidrica e tutto il resto, forza la cassaforte, sparpaglia carte dappertutto, butta a terra qualche sedia e se ne va. E quei mille dollari erano proprio là, sopra la cassaforte, che ne dice, eh?»
Mi fece scendere a sud di Bakersfield, e fu allora che cominciò la mia avventura. Faceva sempre più freddo. Mi misi l’impermeabile militare leggero che avevo comprato a Oakland per tre dollari e aspettai rabbrividendo sulla strada. Ero proprio davanti a un motel decorato in stile spagnolo, illuminato come un gioiello. Le macchine passavano veloci dirette a L.A. Io gesticolavo freneticamente. Faceva davvero troppo freddo. Restai là fino a mezzanotte, due ore buone, e imprecare e imprecare. Proprio come a Stuart, Iowa. Non avevo altra scelta che spendere due dollari e rotti  e fare in autobus i chilometri che mi separavano da Los Angeles. Tornai indietro a piedi lungo la strada per Bakersfield, fino alla stazione, e mi sedetti su una panca.
Avevo comprato il biglietto e stavo aspettando l’autobus per LA quando all’improvviso mi passò davanti una ragazza messicana in pantaloni, assolutamente deliziosa. Era scesa da uno degli autobus appena arrivati con un gran sospiro di freni ad aria; facevano scendere i passeggeri per una sosta di ristoro. I seni della ragazza erano alti e sporgenti; i fianchi stretti e deliziosi; i capelli lunghi e di un nero splendente; e gli occhi erano due grandi cose azzurre venate di timidezza. Avrei voluto salire sul suo autobus. Ebbi una fitta al cuore, come tutte le volte che vedevo una ragazza che amavo andare nella direzione opposta alla mia in questo mondo troppo grande. L’altoparlante annunciò l’autobus per LA. Presi la mia borsa e salii, e chi trovai seduta dentro tutta sola se non la ragazza messicana? Mi lasciai cadere nel sedile di fronte al suo e cominciai subito a far lavorare il cervello. Mi sentivo così solo, così triste, così stanco, così tremante, così spezzato, così distrutto, che raccolsi tutto il coraggio che avevo, il coraggio necessario ad avvicinare una ragazza sconosciuta, e agii. E anche così passai cinque minuti a battermi le cosce nel buio mentre l’autobus partiva giù per la strada.
“Devi farlo, devi o morirai! Brutto cretino, parlale! Cosa ti succede? Non sei stanco di star solo?” E prima di sapere esattamente cosa stessi facendo mi sporsi attraverso il corridoio verso di lei (stava cercando di dormire) e dissi: «Signorina, vuole usare il mio impermeabile come cuscino?»
Lei alzò gli occhi, sorrise e disse: «No, ma grazie, grazie».
Tornai ad appoggiarmi al sedile tremando; accesi un mozzicone. Aspettai che mi guardasse, un triste sguardo obliquo d’amore, poi mi alzai di colpo e mi chinai su di lei. «Posso sedermi vicino a lei, signorina?»
«Se vuole»
Lo feci. «Dove sta andando?»
«A L.A.» Il modo in cui disse L.A. era adorabile; tutti dicono L.A. in modo adorabile, sulla Costa; è la loro unica città mitica e dorata, dopotutto.
«Anch’io vado a Los Angeles!» esclamai «sono molto contento che mi abbia permesso di sedere accanto a lei, mi sentivo molto solo e viaggio da tanto tempo». E cominciammo a raccontarci le nostre storie. La sua era questa: aveva un marito e un bambino. Il marito la picchiava, e così l’aveva lasciato, a Sabinal, a sud di Fresno, e stava andando a L.A. da sua sorella per un po’. Aveva lasciato il bambino dai suoi genitori, che facevano i braccianti e abitavano in una baracca nei vigneti. Non aveva niente da fare se non rimuginare e arrabbiarsi. Mi venne voglia di abbracciarla stretta, lì, subito. Continuammo a parlare e parlare. Disse che le piaceva parlare con me. Dopo un po’ disse che anche lei avrebbe voluto andare a New York. «Ma potremmo farlo!» esclamai ridendo. L’autobus risalì ansimando il Grapevine Pass e poi cominciò a scendere giù dentro la grande distesa di luci. Senza aver deciso niente in particolare cominciammo a tenerci per mano e allo stesso modo, silenziosi e belli e puri, decidemmo che quando fossi andato nella mia camera d’albergo a L.A. lei sarebbe stata accanto a me. La desideravo da sentir male; appoggiai la testa ai suoi bellissimi capelli. Le sue piccole spalle mi facevano impazzire; la abbracciai e la abbracciai. E lei era felice.
«Amo l’amore» disse, chiudendo gli occhi. Le promisi un amore meraviglioso. La guardai con occhi carichi di desiderio. Ci eravamo raccontati le nostre storie; ci lasciammo andare al silenzio e a dolci pensieri su quello che sarebbe successo. Era così semplice. Voi potete avere tutte le Peach, le Betty, le Marylou, le Rite, le Camille e le Inez di questo mondo; io avevo la mia ragazza, la mia anima gemella, e glielo dissi. Confessò di essersi accorta che la guardavo alla stazione. «Pensavo che fossi uno studente universitario». «Oh, uno studente, ma lo sono!» la rassicurai. L’autobus arrivò a Hollywood. Nell’alba grigia, sporca, l’alba in cui Joel McCrea incontra Veronica Lake in un diner, nel film Sullivan’s Travels, lei mi si addormentò in grembo. Io guardavo avidamente fuori del finestrino: case di stucco, palme e drive-in, l’intera follia di quella terra promessa frantumata, del fantastico lembo estremo d’America. Scendemmo dall’autobus in Main Street, che non era diversa dalle altre strade in cui si scende dall’autobus a Kansas City o a Chicago o a Boston: mattoni rossi, sporcizia, strani personaggi alla deriva, tram che stridono nell’alba disperata, l’odore da puttana della grande città.
A quel punto la mia mente cominciò a vaneggiare, non so perché. Era attraversata da visioni idiote e paranoiche in cui Teresa, o Terry – si chiamava così – era una banale puttanella che viaggiava sugli autobus per spillare soldi agli ingenui portandoseli a L.A., come stava facendo con me, in qualche locale dove c’era il pappone ad aspettarla e poi in un certo albergo dove alla fine arrivava lui con la pistola o che altro. Non gliel’ho mai confessato, questo. Facemmo colazione e c’era davvero un pappone che ci osservava; immaginai che Terry gli stesse lanciando occhiate di nascosto. Ero stanco e mi sentivo stranito e sperduto in una terra lontana, disgustosa. Quella stupida sensazione di terrore cancellò ogni altro pensiero e mi fece agire in modo meschino e volgare. «Lo conosci quel tipo?» le chiesi.
«Quale tipo, tesoro?» Lasciai perdere. Era lenta e inibita in tutto quello che faceva o diceva; ci mise molto a mangiare; masticava piano e fissava il vuoto, continuava a parlare e a fumare la sua sigaretta, e io ero come un fantasma tormentato, sospettoso di ogni mossa che faceva, sicuro che stesse prendendo tempo. Era come una malattia. Sudavo mentre scendevamo giù per la strada tenendoci per mano. Il primo albergo che trovammo aveva una camera, e prima di rendermi conto di quello che stava succedendo mi ritrovai a chiudere la porta a chiave e lei era seduta sul letto e si stava togliendo le scarpe. La baciai umilmente. Meglio che non si accorgesse di niente. Per rilassarci sapevo che avevamo bisogno di whisky, specialmente io. Corsi giù e setacciai dodici isolati, frenetico, fino a quando non trovai una bottiglia da mezzo litro di whisky in vendita a un’edicola. Tornai su di corsa, pieno di energia. Terry era in bagno e si stava truccando. Riempii un bicchiere e lo sorseggiammo insieme. Oh, era dolce e delizioso e valeva quell’intero lugubre viaggio. Andai a mettermi alle sue spalle davanti allo specchio, e ballammo così, in bagno. Cominciai a parlare dei miei amici della costa orientale.
Dissi: «Dovresti conoscere questa ragazza fantastica che si chiama Dorie. È una rossa alta un metro e ottanta. Se tu venissi a New York lei ti troverebbe subito un lavoro».
«Chi è questa rossa alta un metro e ottanta?» mi chiese sospettosa. «Perché mi parli di lei?» La sua anima semplice non riusciva a capire quel mio parlare felice, nervoso. Lasciai perdere. Lei cominciò a ubriacarsi in bagno.
«Vieni a letto!» continuavo a dire io.
«Una rossa alta un metro e ottanta, eh? E io che pensavo che tu fossi uno studente, ti ho visto con quel bel maglione e mi sono detta: “Ummm, com’è carino”. E invece no e no e no! Devi essere uno stronzo di pappone come tutti gli altri!»
«Ma cosa stai dicendo?
«Non vorrai farmi credere che quella rossa alta un metro e ottanta non è una puttana, perché io la riconosco subito una puttana dalla descrizione, e tu, tu sei solo un pappone come tutti gli altri che ho incontrato, tutti gli uomini sono papponi».
«Ascolta, Terry, io non sono un pappone. Te lo giuro sulla Bibbia che non sono un pappone. Perché dovrei essere un pappone? M’interessi solo tu».
«E io che credevo di aver incontrato un bravo ragazzo. Ero così contenta, mi sono congratulata con me stessa e mi sono detta: “Ummm, un bravo ragazzo questa volta invece del solito pappone”».
«Terry» la supplicai con l’anima. «Ti prego ascoltami e cerca di capire, non sono un pappone». Un’ora prima avevo pensato che lei fosse una puttana. Che tristezza. Le nostre menti, con il loro bagaglio di follia, erano andate ciascuna per conto proprio. Che vita orribile, la supplicavo, gemevo. Poi mi arrabbiai e mi resi conto che stavo supplicando una sciocca ragazza messicana qualunque e glielo dissi; e prima di capire quello che stavo facendo presi su le sue scarpe rosse e le scaraventai contro la porta del bagno e le dissi di andarsene. «Avanti, vattene via, via!» Volevo dormire e dimenticare; avevo la mia vita, la mia vita triste e frantumata, per sempre. C’era un silenzio assoluto nel bagno. Mi spogliai e mi infilai nel letto. Terry uscì dal bagno con lacrime di pentimento negli occhi pieni di lacrime di dispiacere. Nella sua mente semplice e assurda era stabilito che i papponi non lanciano le scarpe di una donna contro la porta del bagno e non le dicono di andarsene: in un silenzio dolce e tenero e rispettoso si tolse tutti i vestiti e infilò il suo corpo minuscolo sotto le lenzuola accanto a me. Era del colore dell’uva. Vidi il suo povero ventre con la cicatrice di un cesareo; aveva i fianchi così stretti che non poteva partorire senza squarciarsi. Le sue gambe sembravano stecchini. Era alta meno di un metro e cinquanta. Feci all’amore con lei nella dolcezza di quel mattino stanco. Poi, come due angeli esausti, perdutamente abbandonati in uno scaffale di L.A., dopo aver trovato insieme la cosa più intima e bella della vita, ci addormentammo e dormimmo fino al tardo pomeriggio”.

(Sulla Strada, pp. 90-96, Milano, Mondadori, 2001, traduzione Marisa Caramella)

 


 

Jack-Levine-Il-funerale-del-gangster-1952-53-olio-su-tela-cm-63x72Alla Morgue

un sogno

Ricordo che ne ho visto le foto sui giornali;
Nudi, sembravano più forti.
Nel mio stomaco il proiettile provava ch’ero morto.
Guardai l’imbalsamatore stappare una boccetta.
Mi esaminò e sorrise alla mia vita-minuto-morte
E poi tornò a quei due corpi di là da me
E continuò a stappare.

Quando sei morto non puoi parlare
Ma ti sembra che potresti.
Era gustoso vedere quei due gangster di là da me sforzarsi di parlare.
Allargando le labbra sottili e mostrando denti grigio-blu…

Gregory Corso