Si riprende qui – dal fascicolo Galatea novembre 2001 – la conversazione con il mufti di Marsiglia Bencheikh Shoheib. Shoheib, autore di libri cardine sui rapporti religione e Stato come Marianne et le prohète, risponde su Les fatwas Marseillaises – allora di recente pubblicazione. La conversazione spazia – obbligatoriamente – sul terrorismo a sfondo religioso e sulle reazioni nel mondo. Siamo all’indomani degli attentati alle Torri Gemelle e non è certo lontano il ricordo delle incursioni sanguinose del GIA in Algeria, tutte interne alle comunità musulmane di quello Stato.

di Piero Del Giudice foto Antonella Bozzini

 

Cosa sono les fatwas?
Prescrizioni di profilo giuridico, consigli ai fedeli, pronunciamenti di buon senso sulla base dei grandi testi: queste sono le fatwa. Quelle del mufti di Marsiglia Shoheib Bencheikh, tentano di tenere il passo con una società che muta rapidamente e in cui decadono riti e antiche prescrizioni. Le fatwa marsigliesi, ora in libro, sono il lavoro intellettuale concreto di un predicatore islamico, un giovane teologo chiamato prima in Algeria ed oggi nel mondo, a misurarsi con la deriva terrorista a sfondo religioso.

Che funzioni ha un mufti?
Il mufti è un imam, ma teologo, ha cioè la formazione teologica per interpretare direttamente il testo fondante dell’Islam, il Corano. Spetta al mufti adattare le norme coraniche alla situazione concreta in cui si trova l’Islam. La moschea di Parigi ha nominato tre mufti in Francia: nella capitale, Lione e Marsiglia. Sono il più giovane, ma non è un merito, il fatto è che siamo pochissimi in Francia, e pochissimi che si collocano all’incrocio di due culture: formati nella teologia musulmana, conoscitori del mondo arabo-musulmano, e insieme aperti alla cultura occidentale. Mufti, alla lettera, vuol dire giureconsulto, esperto in diritto musulmano, può emettere delle sentenze, sempre a partire dai grandi testi.

Dopo Marianne et le prophète, questo Suo nuovo libro Les fatwas Marseillaises. Di cosa si tratta?
Les fatwas Marseillaises, è uscito sempre nei tipi dell’editore Grasset. Fatwa è una parola che genera paura in Europa, in realtà si tratta di prescrizioni sulla base della interpretazione dei testi, di responsi, di consigli per regole e comportamenti. Prescrivo, do offro consigli ai fedeli sulla base della mia preparazione teologica e del mio buon senso di pastore e guida. Le fatwas sono risposte a problemi mai posti dalla teologia musulmana data la condizione del tutto nuova di mescolanza di civiltà in cui viviamo oggi. La fatwa è una sentenza, di una autorità religiosa. La fatwa non è sacra, non è un decreto, è un avviso. Non è assolutamente un dogma, non è infallibile, noi non abbiamo chiesa, non abbiamo clero, la fatwa è punto di vista personale, rivedibile, criticabile, accettabile o rifiutabile. Soprattutto – e su ciò insisto – la fatwa profonda o meno, giusta o meno, non elimina la responsabilità personale dell’individuo. L’Islam si basa soprattutto sulle convinzioni individuali; è una religione individualista che si basa sulla volontà, sull’impegno della coscienza personale e individuale. Se un  musulmano non è d’accordo con una fatwa scritta da me, in quanto mufti, molto semplicemente non la applica.

Può parlare di una Sua fatwa?
Importante è la fatwa che riguarda  il ‘patto’ che esiste in Francia tra un uomo e una donna che convivono, ma non sono sposati. Ho detto che questo ‘patto’ è molto vicino al matrimonio musulmano, dico ai fedeli “non vi deve mettere a disagio, non vi danneggia”. È meglio fare il ‘patto’ che vivere nel concubinaggio. Il ‘patto’ è una regola francese che si basa sulla dichiarazione di una coppia che si vive insieme. Il ‘patto’ riconosce la convivenza omosessuale e lesbica. Si tratta di una dichiarazione di convivenza tra due persone, si tratta di una dichiarazione di vita in comune, con impegni concreti ed economici di una parte e dell’altra, riflessi sulla sanità, scuola e pensione, sulla eredità. Si va in Comune si dichiara la propria convivenza e ciò ha una serie di effetti. Ho detto che è ‘vicino’ al matrimonio musulmano, perché nel matrimonio musulmano non c’è un prete che lo consacra, non è un giuramento davanti a Dio, è una domanda dell’uomo e una accettazione della donna. So che ci sono molti giovani musulmani che vivono in condizione di concubinaggio, ci sono coppie che hanno contratto matrimonio secondo il rito musulmano, mi sono rivolto loro ed ho detto “almeno vivete legalmente, in rapporto alla società; se non  volete il matrimonio civile fate almeno il ‘patto’”. Questa è una fatwa che ho emesso a Marsiglia in quanto mufti e che ogni musulmano è libero di applicare o meno.
Altre fatwas?
È un lavoro che parte dalla realtà di un mondo in movimento, quindi è fitto di esempi attuali. Prendiamo i matrimoni ‘misti’. Una donna musulmana che si sposa con un cristiano, la si considera musulmana o no? Certo che sì. Bisogna che il marito rispetti la sua libertà religiosa. Ma c’è un divieto nel diritto musulmano. Parlo di diritto radicato, il ‘diritto canonico’ direbbero i cristiani. In questo diritto l’uomo musulmano può sposarsi con una ebrea o con una cristiana, ma la donna no. Eravamo in una situazione storica in cui l’uomo era il capo della famiglia, in una società patriarcale. Ma oggi  ci sono schiere di donne musulmane che sono sposate con cristiani, hanno figli e così via! Allora nella mia fatwa scrivo che sono sempre musulmane, possono sempre rivendicarsi alla comunità musulmana  e faccio appello al marito perché rispetti la libertà religiosa della donna.

Marsiglia, la città di prima accoglienza per l’emigrazione musulmana
Marsiglia, la città di prima accoglienza per l’emigrazione musulmana

Un’altra fatwa, meno implicante?
Ce n’è una che riguarda la carne halal, cioè autorizzata. È come la carne kasher per gli ebrei. Non si tratta soltanto del tipo di carne che si mangia (di maiale o altro), ma deve essere tagliata in un certo modo, il sangue deve colare e così via. Nel Corano è scritto che l’alimentazione dei cristiani e degli ebrei è lecita per i musulmani. Se sono invitato a pranzo nella casa di un pagano ed ho dubbi su ciò che sto mangiando chiedo scusa a Dio e mangio. Se sono nella casa di un cristiano mangio perché è sicuro che questa carne non è stata immolata a una divinità pagana. Il divieto precauzionale storicamente nasce in una situazione in cui vivevano fianco a fianco e si mescolavano tribù arabe, musulmane, altre non ancora islamizzate, altre cristiane, altre pagane. Oggi nelle fatwas marsigliesi dico che tutta la carne venduta nei supermercati è halal, è autorizzata. Perché oggi nessuno offre in sacrificio questa carne a quale che sia divinità e perché è il cibo di tutti i cristiani. Però qui entra un problema commerciale. La Francia è piena di macellerie halal  che sono colpite dalla mia decisione. La carne halal è, tra l’altro, più cara. Da quando non prescvio carne halal i macellai di Marsiglia non sono poi così entusiasti delle mie fatwas…

Lei espone con chiarezza nei suoi scritti che bisogna vivere liberamente la fede separata dal potere temporale…
L’Islam non ha una cultura laica, si fa una enorme fatica a vedere lo spazio e l’importanza dello Stato, di uno Stato laico. Nel mondo musulmano c’è oggi una secolarizzazione ‘di fatto’ e una laicizzazione delle leggi, salvo nel codice personale e della famiglia. È la laicità che si sta imponendo alle religioni. Come in Francia si è imposta la laicità alla chiesa cattolica, che l’aveva combattuta e adesso ne scopre i valori. Una chiesa libera attira solo chi è credente convinto. Certo, la teologia musulmana non conosce la laicità, è un concetto sconosciuto agli scritti, questo è comune a tutte le religioni. Qui, in Francia, vorrei che l’Islam approfittasse dell’esperienza all’interno di uno stato laico. L’indipendenza dal potere fa riscoprire il proprio messaggio iniziale, la propria forza morale sorgiva, che aiuta a lodare le buone azioni e condannare la cattive, tutto qui. L’uomo dell’Islam è un cercatore della Verità, non ne è il proprietario. La divisione (stato-religione) è certo proficua per lo stato, che attraverso la laicità applica criteri razionali, verificabili, criticabili, passibili di cambiamenti e indirizzati a tutti, credenti e no. Ma è un bene per la religione, che si libera da compromessi, da possibilità di manipolazioni politiche, da una possibile ‘concorrenza’ indegna che deforma il vero volto di una religione. Ci sono incompatibilità tra ‘legge positiva’ e diritto musulmano. Ma non è un vero problema, così come il Codice Canonico non impedisce ai cattolici di essere cittadini a pieno titolo.

Marsiglia, la città di prima accoglienza per l’emigrazione musulmanaIl mufti Bencheikh è riconosciuto come teologo, ha autorità? Chi riconosce chi? Su che basi si può definire una riflessione, una fatwa “giusta”?
Ripeto, l’Islam non ha un clero. Ha degli uomini che sono riconosciuti per la forza delle loro proposte, per la qualità della loro riflessione  e basta. Si tratta di un dibattito. C’è un Corano, un testo, una riflessione intorno a questo. La riflessione più convincente si impone. Ma, sottolineo, non con la forza. Avere un ampio dibattito, un movimento di più scuole di pensiero, questo non è grave, anzi. Non è certo grave una situazione con più esegesi, più commentari. Ma il giorno in cui qualcuno si impone con la forza sugli altri, questo è l’inizio della deriva, è l’inizio del pericolo. Invece il dibattito fertile, ricco, necessario per la complessità di alcuni temi, questo dibattito si impone, è naturale.

E oggi si uccide…
C’è gente barbara, sorta di radicali da medio evo,  che cercano di imporsi con la forza. Questo genera una crisi molto forte, perché ci sono gruppi che mirano alla politica, che mirano al potere e che impiegano, utilizzano, una visione dell’Islam, reclutando molta gente, ma attraverso la violenza. Si tratta di una forza terrorista e barbara.

Oggi si parla della jihad, la guerra in nome di Dio. Nel Corano è prevista la ‘guerra santa’ ?
Prima di tutto le prime vittime di questa barbarie sono i musulmani, il popolo algerino in quanto musulmano, è da dieci anni vittima di questa barbarie; il popolo afghano, la donna afghana, il pastore afghano, il giovane afghano, sono vittime di questa setta crudele. Ma qui  in occidente si pensa che il colpevole è l’Islam, no l’Islam è la vittima, il mondo dell’Islam, il popolo dell’Islam è il primo bersaglio di questa barbarie. Mai l’Islam autorizza, mai il testo coranico autorizza i musulmani ad aggredire. L’aggressione è inconcepibile per l’Islam. Ci sono dei versetti nel Corano che autorizzano i musulmani a prendere le armi, ma, per difendersi. Nel Corano, il credente è autorizzato a prendere le armi per difendersi, ma non è mai autorizzato ad aggredire. Il Corano dice, in un versetto della sura 2: “combattete in nome di Dio chi vi combatte, ma non aggredite. Dio non ama chi aggredisce”. E in un altro versetto, più avanti: “E se lui dice ‘pace’, dite ‘pace’ e abbiate fede in Dio”. Ciò significa che, dal momento che l’aggressore termina di aggredire e domanda pace, il musulmano, dal punto di vista religioso, coranico, è chiamato a deporre le armi e concludere la pace con il suo ex-aggressore. Ci sono altri versetti, invece, che incitano il musulmano a difendersi con un linguaggio, diciamo così, piuttosto ‘mobilitante’. Questi versetti sono stati rivelati quando i musulmani erano assediati a Medina, la città del Profeta. Non si deve estrarli dal loro contesto, bisogna sempre relativizzarli attraverso quello che, in termini teologici musulmani, si chiama il “motivo della rivelazione”, e non si può comprendere un versetto se non ci si riferisce alla storia, al perché della sua ragione di esistere. In una società in pieno mutamento, bisogna stare ai fatti e conoscere il periodo storico per poter separare, nel Corano, l’universale dal contingente, che è legato a quella particolare società. Se non si tiene ferma questa distinzione tra momento storico e messaggio universale nel Corano, si rischia di ‘beduinizzare’ per sempre l’Islam. Siamo di fronte alla secolarizzazione della società, alla razionalizzazione della vita in comune. Anche la chiesa cattolica nel XIX° secolo con la condanna di Pio IX del progresso ha tentato di fermare la storia. Ma la modernità non ha atteso ‘Vaticano II°’, si è imposta alla società. L’Islam deve rispondere dal suo interno con intelligenza, con un pensiero fresco, convincente, semplice, che salvaguardi la sua spiritualità. La secolarizzazione della società, non attende. È adesso che bisogna parlare, che bisogna riflettere, che bisogna misurarsi. Se no ci sarà la marginalizzazione dell’Islam.

Marsiglia, la città di prima accoglienza per l’emigrazione musulmanaCi sono giovani musulmani, terroristi, che si uccidono pur di uccidere…
Il suicidio è nettamente proibito nella Sura 2. Per il diritto musulmano colui che si suicida è considerato un assassino: non si prega per la sua morte, non lo si seppellisce in un cimitero musulmano. È considerato alla stregua di un assassino perché l’uomo non possiede la propria vita,  non ne è il proprietario. È Dio che ha donato la vita.

Cosa ne pensa delle reazioni dell’Occidente?
Disastrosi i discorsi di George Bush quando parla di ‘guerra santa’ di ‘crociate’ o del presidente Berlusconi che ha parlato di “una supremazia culturale”. Prima di tutto si vive tutti insieme. Noi parliamo di una civiltà universale. La democrazia è universale. Certo è nata in Occidente ma è il risultato di più pensieri, culture e saperi del mondo. Spagna, Sicilia, Italia, sono i crocevia del pensiero complesso che sta alla base di ciò che chiamiamo “razionalità occidentale”. L’illuminismo è molto segnato dal pensiero musulmano ed era una reazione all’oscurantismo di certe visioni clericali. Non si può convincere il mondo intero, sette miliardi di persone, non si può condurlo sul terreno della democrazia e dei diritti umani affermando e vantando un pensiero strettamente occidentale. Tutto questo compromette l’universalità, ostacola l’universalità dei popoli. La centralità dei diritti dell’uomo e della democrazia esige il rispetto dell’uomo quale che sia la sua religione, la sua convinzione. Ciò che accade non è una guerra tra Oriente e Occidente. Prima di colpire Washington e New York hanno colpito l’Algeria, l’Egitto, il popolo Afghano che sta soffrendo. Più di 100.000 algerini, e anche religiosi tra loro, sono stati vittime di questa barbarie. È un male pericoloso, una minaccia comune, contro tutti noi, contro l’umanità.

Quando un giovane musulmano si inscrive nel cerchio del terrorismo, quando manifesta in piazza per Osama Ben Laden, da cosa è spinto?
George W. Bush ha parlato di una lotta del Bene contro il Male. Diciamo che siamo d’accordo, ma a condizione di cercare le radici del male, le fonti di questo male. Le fonti di questo male sono la frustrazione di molti popoli che vivono nella ingiustizia e la politica americana non è innocente. Chi ha armato i talebani, chi ha utilizzato i talebani contro l’avanzata sovietica, chi è sempre stato ingiusto nel conflitto in medio oriente tra palestinesi e israeliani? C’è sempre una ingiustizia protetta dagli americani. Gli americani a casa loro hanno molti valori basati sulla democrazia, la libertà, il valore dell’uomo. La costituzione americana è molto liberale, ha preceduto anche la costituzione francese. Lafayette era uno dei portavoce di questa costituzione che era un avanzata formidabile. Ma all’esterno gli Usa sono calcolatori, in disprezzo del diritto dell’uomo, in disprezzo dei diritti dei popoli, salvaguardano i loro interessi in maniera molto molto ingiusta, brutale e violenta.

L’America, l’Occidente hanno come partners nel mondo arabo governi arcaici, esplicite dittature…
Ci sono regimi dittatoriali che coltivano l’oscurantismo che sono i diretti protetti degli americani. Li proteggono nonostante questi regimi schiaccino le volontà, violino i diritti dell’uomo, trasgrediscano i diritti fondamentali degli individui e dei gruppi. Ma questi governi sono protetti dagli Usa.

Marsiglia, la città di prima accoglienza per l’emigrazione musulmanaPrima di tutto siamo cittadini di uno stato che rispetta e tutela i diritti umani poi cattolici, islamici etc.? 
Ecco, è così. Le nostre rassomiglianze superano di gran lunga le nostre differenze. Le differenze vanno rispettate, ma non sono importanti, a confronto delle nostre somiglianze in quanto esseri umani. E poi bisogna fare delle differenze un mutuo arricchimento. Non posso essere molto utile a chi mi rassomiglia ma piuttosto a chi non mi somiglia, è l’altro da me che mi arricchisce e mi completa. Bisogna preparare questo mondo a essere universale. Mondializzazione è andare verso l’unità dello spazio umano; una forte idea dell’uomo deve accompagnare questo fenomeno globale, questo ordine globale. Almeno accompagnarlo, non vorrei dire anticiparlo, mi accontenterei se lo si accompagnasse. Il progresso umano è un bene, ma non deve mai perdere di vista l’obbiettivo umano. Perché questa avanzata verso una sempre più sofisticata produzione materiale, se non serve, se non ha come ultimo obbiettivo l’uomo?

Quali sono gli errori culturali che l’Europa, gli intellettuali, la cultura, europea e americana fanno verso il fenomeno del terrorismo ‘sacralizzato’?  
Il primo e grande errore è stato quello di affermare che si tratta di attentati dell’Islam contro l’Occidente, della religione musulmana contro la cristiana, o l’Oriente contro l’Occidente. Pensare che sia uno scontro degli uni contro gli altri è realizzare l’obbiettivo dei terroristi. L’altro errore è di considerare l’Islam come una religione che appartiene ai musulmani. È invece un messaggio diretto a tutta l’umanità. Tutti hanno il diritto di criticare, accettare, verificare, leggere, questa religione non è in esclusiva dei musulmani. Io considero che il cristianesimo fa parte del patrimonio della umanità, che il buddismo fa parte del patrimonio umano. Vivo con il buddismo, vivo con il cristianesimo e questo mi interessa, mi coinvolge. Sono delle filosofie, dei pensieri, delle convinzioni che attraversano la città ed io coabito con questo.