Ultimo capitolo del ciclo dedicato alle letterature europee e al pensiero europeo contro la Grande guerra. Bertha von Suttner, Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg e Sigmond Freud, quattro personalità del pensiero, si battono con testi e interventi contro la guerra, qui significativamente rappresentati.

cura di Piero Del Giudice, traduzioni di Eva Banchelli e Valentina Parisi

 

Bertha von Suttner
Bertha von Suttner

Bertha von Suttner

Bertha Sophie Felicitas nasce a Praga, da un ramo dell’aristocrazia austro-ungherese, nel 1843 e muore a Vienna il 21 giugno 1914 – a pochi giorni dall’attentato di Sarajevo e a poche settimane dall’inizio della Prima guerra mondiale. Premio Nobel per la pace nel 1905, scrive nel 1889 Die Waffen Nieder ! (Bas les armes !), testo cardine della causa pacifista.

 

Giù le armi

Siamo davanti a qualcosa di estremamente nuovo e grande – qualcosa che cambierà completamente il volto della nostra terra: è stato inventato il dirigibile. Cosa significherà questo fatto?
Che l’inferno della guerra si impadronirà ora anche dell’aria – o che sarà posta fine alla guerra? Interroghiamo l’oracolo di Delfi.
Abitualmente la tecnica militare si impadronisce di tutte le nuove invenzioni, che hanno dato buoni risultati nell’uso pacifico, per poi impiegarle a scopi bellici. Nel caso del dirigibile è accaduto che esso si è affermato prima che altrove in campo militare e che ha debuttato come strumento di guerra. E allora è successo questo: il sistema militare vuole monopolizzare il nuovo mezzo di trasporto; è già stata resa nota la proposta che prevede che debba essere proibito l’uso privato del dirigibile, che ad ogni dirigibile straniero sia interdetto il passaggio dei confini e che, in caso di superamento, sia da trattare come spia e da abbattere – e altre simili amichevoli misure. Lo spirito bellico rivela qui tutta intera la sua inciviltà.
Ci sarebbero davvero dei bei progressi nella civiltà se ogni nuova conquista dovesse servire a scopi bellici solo nel paese dove avviene, invece di arrecare all’umanità nel suo insieme un più alto guadagno! Seguendo questa logica, uno stato potrebbe anche porre l’interdetto sulla scoperta di un siero; giacché anche la salute si annovera fra quelle qualità che fanno un esercito più pronto al combattimento; sarebbe perciò antipatriottico rendere accessibile questo prodotto a eserciti stranieri.
(1907)­­­

È andato perso il dirigibile Zeppelin! E di conseguenza le offerte spontanee del popolo tedesco per costruirne uno nuovo, affinché “sia assicurata la signoria tedesca sull’aria”. Già affluiti tre milioni.
Si stanno formando compagnie di flotte aeree! In tutti gli altri paesi, analogamente, un gran fabbricare di palloni e di macchine volanti per scopi bellici! Un nuovo campo per inghiottire miliardi. Il genio umano proteso in una nuova complicità con l’inferno! La conquista dell’aria – da lungo tempo auspicata dai militanti pacifisti come una decisa vittoria per l’avvicinamento dell’umanità, cioè l’affratellamento per il superamento dei confini doganali, per la messa fuori uso delle fortificazioni – tale conquista servirà dunque a portare fino alle stelle la follia del reciproco assassinio? Così non si può andare avanti. Questo parossismo provocherà forse la fine del parossismo degli armamenti.
Il grido tonante “Basta!” proromperà dall’umanità. E il futuro si vergognerà di noi, si vergognerà fino nei secoli più lontani, perché la splendida conquista del dominio dell’aria arrivò in un’epoca in cui si consentì di prenderla in considerazione dal punto di vista della sua massima utilizzazione per scopi di distruzione.
(1908)

Occorre considerare gli armamenti anche dal punto di vista del clima morale che creano. Un clima nel quale l’unione dei popoli, l’elaborazione del diritto internazionale (per tacere dei sentimenti di fraternizzazione), non possono prosperare. Non è possibile sorridere digrignando i denti e non si possono stringere mani tenendo i pugni chiusi. Ugualmente è inconcepibile riuscire a vivere e a tenere relazioni in mezzo a tutte queste minacce di annientamento, andare tranquillamente a passeggio sui terreni minati e davanti alla bocca dei cannoni ovunque puntati. Conservare maniere cortesi e perfino benevole, mentre ci si prepara a sbranarci l’un l’altro reciprocamente col più ampio spiegamento di mezzi (alle spese non si bada).
Tale anomalia perdura soltanto perché si è diventati insensibili per abitudine. Non si guarda dentro alle cose, non le si prendono in seria considerazione, «non ci si rende conto della loro realtà in sé», come è così bene espresso nel verbo inglese «to realize». Per un’improvvisa grande fortuna o sfortuna, le cose sono solite andare così – si sa che qualcosa accadrà; passa però un po’ di tempo prima che la cosa venga «realized». Ma questa comprensione non si verifica affatto, nella maggior parte dei casi, nelle cose già esistenti, quelle radicate in antiche abitudini e che si trasformano a poco a poco. Così, si lasciano risuonare al proprio orecchio parole come «guerra», «armamenti»; il loro significato scivola via dalla mente come un’astrazione – ma l’approfondimento, la comprensione, l’appropriazione, l’esperienza mentale non c’è nei confronti di simili trite e ritrite ovvietà; è invece cresciuta, nella coscienza, a causa di innumerevoli ripetizioni, una dura callosità protettiva.
«Essere armati» ha una certa risonanza di sicurezza, di essere protetti e pronti contro e per tutte le eventualità. Si dimentica che l’eventualità sta proprio nell’armamento e non si va a fondo nei dettagli del concetto generale; questo lo si lascia agli specialisti…
È vero che si legge nel giornale di nuove acquisizioni e di nuove invenzioni nel campo della tecnica della guerra, ma non si pensa a dove portino questi strumenti di annientamento che crescono in continuazione; quanto più distruttiva viene descritta la loro azione, tanto più ci si sente protetti.
(1909)

La follia europea dei superarmamenti ha registrato un nuovo eccesso – si potrebbe già chiamarlo parossismo -, al quale nessuno poteva essere preparato. Nel bel mezzo di un’epoca in cui l’intera diplomazia europea è, a quel che si dice, impegnata ad appianare difficoltà e a comporre dissidi; in cui ovunque ci sono, fra i gruppi di potenze, ‘distensioni’, avvicinamenti e cose simili; in cui, a causa degli accresciuti oneri delle spese militari e della contemporanea crescita di tasse, diritti doganali e prezzi al consumo, i popoli sono condotti al limite della disperazione; nel bel mezzo di questa nostalgia di pace e di questa necessità di pace, accanto alle asserzioni ufficiali di pace, esplode improvvisamente in Germania una nuova richiesta di miliardi per il potenziamento dell’esercito, a cui, in Francia, si è risposto immediatamente con la proposta di reintroduzione del servizio militare di durata triennale. Da tutte e due le parti, per assicurare la pace, è naturale. Non si stancano mai di ripetere questa bugia del “si vis pacem”. Non che vogliano la guerra; è la posizione di forza ciò che vogliono. La proposta tedesca era difatti anche una risposta. E precisamente a quella musica militare parigina che negli ultimi tempi ha risvegliato tutti gli elementi nazional-sciovinisti e li ha incoraggiati a gridare di nuovo: “A Berlino!”. E così queste reciproche minacce trovano una giustificazione a ritroso, formando una catena dagli innumerevoli anelli; ma questa catena dovrà davvero prolungarsi all’infinito anche in futuro? No di certo. Una fine violenta dovrà pur arrivare. O la guerra o la rivoluzione o – cosa anche possibile – un risveglio della ragione. La benda cadrà dagli occhi…
(1913)

(Giù le armi. Fuori la guerra dalla storia, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1989, traduzione di Annapaola Laldi)

 

Italico Brassa, Piazza San Marco e fari antiaerea, 1917, olio su tela, cm. 50x50
Italico Brassa, Piazza San Marco e fari antiaerea, 1917, olio su tela, cm. 50×50

 

Karl Liebknecht

Nasce a Lipsia nel 1871, fermo oppositore della guerra, alla fine del 1914, assieme a Rosa Luxemburg, Leo Jogiches, Paul Levi, Ernest Meyer, Franz Mehring e Clara Zetkin fonda la Spartakusbund (Lega di Spartaco). Arrestato e inviato sul fronte orientale della Grande guerra, si rifiuta di combattere, presta servizio seppellendo i morti. Per serie ragioni di salute è rimandato in Germania nell’ottobre 1915. Con Rosa Luxemburg, Leo Jogiches e Clara Zetkin, è tra i protagonisti della sollevazione spartachista berlinese del gennaio 1919. A sollevazione repressa, Liebknecht e Rosa Luxemburg vengono sequestrati dai Freikorps, portati all’Hotel Eden di Berlino, torturati e uccisi, il 15 gennaio 1919.

Militarismo e antimilitarismo

Karl Liebknecht
Karl Liebknecht

Il proletariato non ha da attendersi alcun vantaggio dalla politica che rende necessario il militarismo verso l’esterno, i suoi interessi vi si oppongono anzi nel modo più radicale. Quella politica è al servizio mediato o immediato degli interessi di sfruttamento delle classi dominanti. Essa cerca, con minore o maggiore abilità, di spianare la via alla produzione selvaggia e sregolata, alla concorrenza insensata e spietata del capitalismo nel mondo intero, calpestando tutti i doveri civili nei confronti delle popolazioni meno sviluppate; e tuttavia, con le sue macchinazioni tese a provocare guerre mondiali, essa non ottiene se non di mettere follemente a repentaglio l’intero patrimonio della nostra civiltà.
Anche il proletariato saluta il grandioso sviluppo economico dei nostri giorni. Esso sa tuttavia che questo sviluppo economico potrebbe realizzarsi anche in modo pacifico, senza il braccio armato del militarismo di terra e di mare, senza il tridente nel nostro pugno e senza le bestialità della nostra economia coloniale, se solo fosse promosso da collettività ispirate dalla ragione, interessate al dialogo internazionale e al rispetto dei doveri e degli interessi civili. Esso sa che la nostra politica internazionale altro non è, in gran parte, che una politica di lotta violenta e ottusa contro le difficoltà interne, sociali e politiche, che le classi dominanti si trovano a dover affrontare e dalle quali vogliono distogliere l’attenzione. Esso sa che i vantaggi dello sviluppo economico, nel cui sfruttamento quella politica è impegnata, e in modo particolare tutti i vantaggi della nostra politica coloniale, finiscono nelle capienti tasche della classe imprenditoriale, del capitalismo, il nemico storico del proletariato.
Esso sa che le guerre, che le classi dominanti conducono per sé, imporranno a lui i più inauditi sacrifici materiali e di vite umane per i quali, al termine della fatica, sarà ripagato con la regalia di miserande pensioni per invalidi, assistenza ai veterani, organetti e calci nel culo di ogni sorta. Esso sa che a ogni guerra si riversa sui popoli belligeranti una colata lavica di selvaggia rozzezza e che la civiltà ne sarà per anni imbarbarita. Esso sa che la patria per la quale deve battersi non è la sua patria, che per il proletariato di ogni paese esiste un solo e unico nemico: la classe capitalista che opprime e sfrutta il proletariato; che il proletariato di ogni paese è strettamente collegato dai propri interessi con il proletariato di ogni altro paese; che di fronte agli interessi comuni del proletariato internazionale tutti gli interessi nazionali arretrano e che alla coalizione internazionale dello sfruttamento e dell’oppressione deve contrapporsi la coalizione internazionale degli sfruttati e degli oppressi. Esso sa che se il proletariato venisse impiegato in una guerra, sarebbe condotto a combattere contro i propri fratelli e compagni di classe e dunque contro i propri stessi interessi.

 

Necessità di una propaganda
specificamente antimilitarista

È indubbio che il militarismo contenga in sé, sia pur in forma embrionale, il principio della sua autodistruzione, ed è altrettanto indubbio che la cultura capitalistica nel suo complesso contenga molti elementi contraddittori che si escludono e si sbranano a vicenda, non ultime quelle stesse tendenze scientifiche, artistiche ed etiche che hanno dato forma al militarismo. Tutti i conflitti sanguinosi generati dallo scontro tra il popolo e la violenza dello Stato rinvigoriscono una forma di suggestione, di ipnosi o di logica del sangue che consente di rimandare momentaneamente la resa dei conti.
I pericoli specifici che il militarismo comporta sono chiari. Il proletariato si trova davanti un brigante armato fino ai denti – il militarismo stesso – il cui ultimatum non è tuttavia la bourse ou la vie – “o la borsa, o la vita” – bensì la bourse et la vie . Dacci la borsa e dacci la vita! intima il militarismo. E non bisogna dimenticare che, al di là dei gravi pericoli futuri, esso rappresenta sempre una minaccia costante, anche se non colpisce nell’immediato. Perché non è soltanto il moloch della vita economica, il vampiro del progresso civile, il falsario della solidarietà di classe. Infatti è sempre lui a stabilire – in modo più o meno occulto – la forma in cui si svolge l’azione politica e sindacale del proletariato, la tattica assunta dalla lotta di classe che, in tutte le questioni importanti, si volge a lui in quanto pilastro fondamentale del brutale potere capitalista. È lui a paralizzare la nostra attività, è lui che opprime come l’afa che precede un temporale, addormenta la vita del nostro partito, è lui a far sì che il parlamentarismo cada sempre più spesso in preda alla paralisi e al sonno.
Indebolire il militarismo significa sostenere la possibilità di uno sviluppo organico pacifico o, quantomeno, limitare i rischi di uno scontro violento; ma significa anche e innanzitutto risanare, rivitalizzare la vita politica e la lotta di partito. Perché solo una lotta sistematica e spietata contro il militarismo può rafforzare la
coscienza rivoluzionaria.

[…]

Ne deriva la necessità non solo di combattere il militarismo, bensì di combatterlo in modo speciale. Un fenomeno così ramificato e pericoloso può essere contrastato solo attraverso un azione altrettanto ramificata, energica, ampia e audace, capace di scovare il militarismo in tutti i suoi nascondigli e di essere sempre all’erta.
Nel contempo, i rischi che la lotta contro il militarismo comporta impone l’esigenza di un’azione particolare, molto più elastica e flessibile dell’agitazione politica in generale.

[…]

L’esigenza di una propaganda specifica contro il militarismo non ha niente a che vedere con l’opposizione astorica, anarchica a tale fenomeno. Siamo infatti in sommo grado consapevoli del ruolo che il militarismo svolge all’interno del capitalismo, e non pensiamo minimamente a estrapolarlo dal capitalismo, perchè esso non è
che una componente del capitalismo o, meglio, una manifestazione vitale particolarmente dannosa e pericolosa del capitalismo. In altri termini: siamo antimilitaristi in quanto anticapitalisti.
Se storicamente l’antimilitarismo si è trasformato da posizione generale e teoretica a principio pratico solo ed esclusivamente in parallelo all’utilizzo di truppe nelle guerre civili o contro il nemico interno, ciò tuttavia non costituisce un’argomentazione a sfavore della necessità di una specifica propaganda antimilitarista in quei paesi dove tale utilizzo è stato per ora più o meno evitato, oppure si è verificato in epoche talmente remote da essere scomparso dalle coscienze delle masse. Infatti, l’intelligenza della socialdemocrazia non consiste nello spegnere gli incendi una volta che sono scoppiati, bensì di trarre insegnamento dalla storia e dalle esperienze della società e dei partiti fratelli, utilizzandoli in maniera previdente e costruttiva. E la storia e le esperienze della società oggi parlano inequivocabilmente a favore dell’antimilitarismo.
(da Militarismus und Antimilitarismus unter besonderer Berücksichtigung der internationalen. Jugendbewegung, Militarismo e antimilitarismo, con particolare riferimento al movimento giovanile internazionale, febbraio 1907)

Mario Sironi, Scena di guerra, 1917-18, tempera su carta, cm.33x50
Mario Sironi, Scena di guerra, 1917-18, tempera su carta, cm.33×50

No alla guerra

«Motivo come segue il mio voto alla seduta odierna: questa guerra – che nessuno dei popoli belligeranti ha voluto – non è scoppiata per il bene né del popolo tedesco, né di alcun altro. Si tratta di una guerra imperialista, di una guerra per il controllo dei mercati internazionali e l’acquisizione di importanti settori per l’industria e il capitale bancario. La Germania, complice dello zarismo (fino a oggi considerato modello di oscurantismo politico) non può arrogarsi il diritto di liberare alcun popolo. Il popolo russo così come quello tedesco dovranno liberarsi da sé.
Una pace rapida, che non risulti umiliante per alcuna parte coinvolta, una pace senza annessioni, ecco che cosa va richiesto. Tutti gli sforzi in tal senso andranno salutati favorevolmente.
Solo il rafforzamento simultaneo di tutte le correnti che in ogni paese belligerante si adoperano per ottenere una simile pace potrà fermare il bagno di sangue ed evitare che i popoli coinvolti si annientino l’un l’altro.
Solo la pace cresciuta sul terreno della solidarietà internazionale della classe operaia e della libertà di tutti i popoli potrà essere duratura.
È per questo che i proletari di tutti paesi dovranno perseverare anche in tempo di guerra nel comune lavoro socialista per la pace»

(dichiarazione di voto contro i crediti di guerra, 2 dicembre 1914)

 

 

 

Rosa Luxemburg
Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg

Nasce a Zamo, in Polonia, nel 1871, naturalizzata tedesca è tra i teorici del socialismo rivoluzionario marxista. Nella sua Juniusbroschüre (1915) la vulgata socialismo o barbarie, il socialismo come unica via dell’umanità. Ne La Rivoluzione Russa (1918), critica alcune scelte dei bolscevichi dopo la rivoluzione d’ottobre (limitazione delle libertà democratiche, scioglimento dell’Assemblera costituente, Terrore, etc). Viene uccisa con Liebknecht a Berlino nel 1919.

Cari compagni,
con gioia e contemporaneamente con un profondo dolore ogni socialdemocratico tedesco, restato fedele nelle sue convinzioni all’Internazionale proletaria, deve cogliere l’occasione di inviare ai compagni all’estero fraterni saluti socialisti. Sotto i colpi mortali della guerra mondiale imperialista ciò che è stata la nostra fierezza e la nostra speranza, l’Internazionale della classe operaia, è crollata vergognosamente e più vergognosamente ancora, è vero,
la nostra sezione tedesca dell’Internazionale che aveva la missione di marciare alla testa del proletariato mondiale. È necessario esplicitare quest’amara verità, non certo per abbandonarsi ad una disperazione e una rassegnazione sterile, ma per trarre, al contrario, dal riconoscimento severo e franco degli errori commessi e dalla situazione attuale delle lezioni ricche di promesse per il futuro. Ciò che sarebbe più terribile per il futuro del socialismo sarebbe vedere i partiti operai dei diversi paesi decidersi ad
adottare la teoria e la pratica borghesi secondo le quali sarebbe del tutto normale ed inevitabile che i proletari delle differenti nazioni si scannino a vicenda durante la guerra, per ordine delle loro classi dominanti, per poi dopo la guerra di nuovo scambiarsi, come se niente fosse, abbracci fraterni. Un’Internazionale che in tal modo riconoscesse coscientemente che la sua attuale e terribile bancarotta costituisce una pratica normale, valida anche
per il futuro e che comunque non ammettesse la propria fine, sarebbe una caricatura rivoltante del socialismo, un risultato dell’ipocrisia così come lo sono la diplomazia degli Stati borghesi, le loro alleanze e i loro trattati internazionali. No! Questo spaventoso massacro reciproco di milioni di proletari al quale assistiamo attualmente con orrore, queste orge dell’imperialismo assassino che accadono sotto le insegne ipocrite di ‘patria’, di ‘civiltà’,
‘libertà’, ‘diritto dei popoli’ e che devastano città e campagne, calpestano la civiltà, minano alle basi la libertà e il diritto dei popoli, rappresentano un tradimento clamoroso del socialismo.
Ma il socialismo internazionale ha delle radici troppo forti e troppo profonde nella situazione attuale per potersi attestare a questa disgregazione. L’imperialismo e le sue spaventose conseguenze contribuiscono anch’esse a resuscitare l’Internazionale dalle macerie, come unico mezzo per salvare l’umanità dall’inferno di un dominio di classe giunto alla fine e condannato dalla storia.
Fin da ora, dopo solo qualche mese di guerra, si attenua anche in Germania l’ubriacatura sciovinista tra le masse lavoratrici, abbandonate a se stesse dai loro capi in quest’importante epoca storica; si ritrovano le proprie convinzioni politiche e, ogni giorno, aumenta il numero dei proletari che, per quello che oggi sta succedendo, si fanno rossi di vergogna e di collera. Le masse popolari non usciranno da questa guerra se non per serrarsi ancora più combattive sotto la vecchia bandiera della nostra Internazionale socialista, non certo per tradirla nuovamente alla prossima orgia imperialista, ma per difenderla come un sol uomo contro l’insieme del mondo capitalista, i suoi intrighi criminali, le sue infami menzogne e le sue penose frasi sulla «patria» e la «libertà» e per rifondarla vittoriosamente sulle macerie dell’imperialismo sanguinario.
Con i miei più cordiali e fraterni saluti socialisti,
R. Luxemburg

(Lettere contro la guerra, Roma, Prospettiva, 2004, traduzione di Anna Bisceglie)

Luther Bradley, Gli unici sopravvissuti, 1914, penna su carta per stampa, cm. 20x28
Luther Bradley, Gli unici sopravvissuti, 1914, penna su carta per stampa, cm. 20×28

Sigmund Freud

Nasce Freiberg 1856 e muore a Londra, in volontario esilio, nel 1939. Del fondatore della psicanalisi molto è noto, ma poco la sua argomentata opposizione alla guerra che espone nello scambio epistolare con Albert Einstein.

 

Considerazioni attuali
sulla guerra e sulla morte

Sigmund Freud
Sigmund Freud

Presi nel vortice di questo tempo di guerra, privi di informazioni obiettive, senza la possibilità di considerare con un certo distacco i grandi mutamenti che si sono compiuti o che si stanno compiendo, o di prevedere l’avvenire che sta maturando, noi stessi non riusciamo a renderci conto del vero significato delle impressioni che urgono su noi e del valore dei giudizi che siamo indotti a pronunciare. Ci sembra che mai un fatto storico abbia distrutto in tal misura il prezioso patrimonio comune dell’umanità, seminato confusione in tante limpide intelligenze, degradato così radicalmente tutto ciò che è elevato. Anche la scienza ha perduto la sua serena imparzialità; i suoi servitori, esacerbati nel profondo, cercano di trar da essa armi per contribuire alla lotta contro il nemico. L’antropologo è indotto a dimostrare che l’avversario è un essere inferiore e degenerato; lo psichiatra a diagnosticare in lui
perturbazioni spirituali e psichiche.
Il singolo, che non sia egli stesso un combattente e non sia quindi divenuto un semplice ingranaggio della gigantesca macchina di guerra, ha smarrito ogni orientamento e si sente inibito nelle sue facoltà. Penso perciò che accoglierà con favore ogni minima indicazione che lo aiuti a sentirsi a proprio agio, almeno nella sua vita interiore. Tra i fattori che più sono responsabili della miseria
spirituale in cui è piombato chi è rimasto a casa, e contro cui è tanto difficile lottare, ve ne sono due che vorrei mettere in rilievo e di cui intendo qui occuparmi: la delusione provocata da questa guerra, e il mutamento impostoci da questa, come da ogni altra guerra, nel nostro atteggiamento verso la morte.
Quando parlo di delusione, certamente ognuno comprende ciò che intendo dire. Anche senza alcun fanatismo pietistico, e pur comprendendo la necessità biologica e psicologica della sofferenza nell’economia della vita umana, non si può non condannare la guerra, nei suoi scopi e nei suoi mezzi, e aspirare alla cessazione delle guerre. Dicevamo sì a noi stessi che le guerre non avrebbero potuto scomparire fintanto che i popoli vivono in condizioni di esistenza così diverse, fintanto che il loro modo di valutare la vita individuale è talmente diverso e gli odi che li separano sono alimentati da così potenti forze motrici psichiche. Eravamo dunque preparati ad attenderci che guerre tra popoli primitivi e popoli civili, tra razze divise da differenze di colore, persino guerre con o tra nazioni europee meno progredite o civilmente in regresso avrebbero tenuto occupata l’umanità ancora per lungo tempo. Ma ci si cullava in un’altra speranza. Dalle grandi nazioni di razza bianca dominatrici del mondo, nelle cui mani è affidata la guida del genere umano, che si sapevano intente a perseguire interessi estendentisi al mondo intero e a cui erano dovuti i progressi tecnici per il dominio della natura, oltre a tanti altri valori culturali, artistici e scientifici, da questi popoli almeno era legittimo attendersi che giungessero a risolvere per altre vie i loro malintesi e i loro contrasti d’interesse.

Adriana Bisi Fabbri, La falce, 1914, matita e carboncino su cartone, cm. 28,7x33,9.
Adriana Bisi Fabbri, La falce, 1914, matita e carboncino su cartone, cm. 28,7×33,9.

All’interno di ciascuna di queste nazioni erano state instaurate, per il singolo, norme morali elevate, e ad esse il singolo individuo doveva uniformare la sua condotta di vita se voleva partecipare ai beni comuni della civiltà. Queste norme, spesso troppo rigorose, esigevano molto da lui: un forte dominio di sé, una vasta rinuncia al soddisfacimento pulsionale. Gli era soprattutto interdetto di approfittare dei grandi vantaggi che si possono trarre, nei confronti dei propri simili, dall’uso della menzogna e della frode. Lo Stato civile considerava queste norme morali come il proprio stesso fondamento, interveniva inflessibilmente contro chi cercasse di attentarvi, dichiarava spesso illecito anche soltanto il sottoporle a esame critico in sede teorica. Si poteva perciò pensare che lo Stato intendesse rispettare per parte sua tali norme e che non le avrebbe mai violate, non foss’altro per non contraddire alle basi stesse della sua esistenza. È anche vero che si poteva costatare che nell’interno di queste nazioni civili erano qua e là frammischiate minoranze etniche quasi sempre non gradite e perciò ammesse solo controvoglia e non completamente a partecipare al comune lavoro civile, benché si fossero dimostrate sufficientemente idonee a un tale lavoro. Ma gli stessi grandi popoli, si pensava, dovevano aver acquisito tanta comprensione per ciò che fra loro vi è di comune, e tanta tolleranza per quanto vi è di diverso, da non dover più, come ancora avveniva nell’antichità classica, confondere in un unico concetto lo ‘straniero’ e il ‘nemico’.

[…]

La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata, e ci ha portato… la delusione. Non soltanto è più sanguinosa e rovinosa di ogni guerra del passato, e ciò a causa dei tremendi perfezionamenti portati alle armi di offesa e di difesa, ma è anche perlomeno tanto crudele, accanita, spietata, quanto tutte le guerre che l’hanno preceduta. Essa infrange tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che si diceva il diritto delle genti, disconosce le prerogative del ferito e del medico – non distingue fra popolazione combattente e popolazione pacifica, viola il diritto di proprietà. Abbatte quanto trova sulla sua strada con una rabbia cieca e come se dopo di essa non dovesse più esservi avvenire e pace fra gli uomini. Spezza tutti i legami di comunità che possono ancora sussistere fra i popoli in lotta e minaccia di lasciar dietro di sé un tale rancore da rendere impossibile per molti anni una loro ricostituzione.
Questa guerra ha inoltre rivelato, in modo del tutto insospettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un altro con odio e con orrore. Una delle maggiori nazioni civili è diventata tanto odiosa agli altri popoli che si tenta di escluderla come ‘barbara’ dalla comunità civile e ciò benché essa abbia da gran tempo dimostrato, con contributi altissimi, le sue prerogative di civiltà. Ci conforta la speranza che un giorno uno storico imparziale possa dimostrare che proprio questa nazione, nella cui lingua sto scrivendo e per la cui vittoria stanno lottando le persone che ci sono care, ha violato meno delle altre le leggi della umana moralità; ma chi può di questi tempi erigersi a giudice della propria causa?

 Louis Raemakers, Osservando l’accordo di tregua, 1916, matita a colori su carta, cm 24x20
Louis Raemakers, Osservando l’accordo di tregua, 1916, matita a colori su carta, cm 24×20

I popoli, più o meno, sono rappresentati dagli Stati che hanno istituito; questi Stati dai governi che li guidano. Il privato cittadino ha modo durante questa guerra di persuadersi con terrore di un fatto che forse già in tempo di pace aveva intuito: e che cioè lo Stato ha interdetto al singolo l’uso dell’ingiustizia, non perchè intenda sopprimerla, ma solo perchè vuole monopolizzarla, come il sale e i tabacchi. Lo Stato in guerra ritiene per sé lecite ingiustizie e violenze che disonorerebbero il singolo privato. Si serve contro il nemico non solo di una legittima astuzia, ma anche della cosciente menzogna e dell’inganno intenzionale; e ciò in una misura che sembra sorpassare tutto ciò che è stato fatto nelle guerre precedenti.
Lo Stato richiede ai suoi cittadini la massima obbedienza e il massimo sacrificio, ma li tratta poi da minorenni, esagerando nella segretezza e sottoponendo ogni manifestazione ed espressione del pensiero a una censura che rende coloro che sono stati intellettualmente repressi indifesi di fronte a qualsiasi situazione sfavorevole che possa determinarsi e a qualsiasi voce pessimistica che possa esser propalata. Lo Stato scioglie ogni convenzione e trattato stipulato con altri Stati e non teme di confessare la propria rapacità e cupidigia di potenza: e il cittadino è tenuto ad approvare tutto ciò in nome del patriottismo.
Né si venga a dire che lo Stato non può rinunciare all’uso dell’illecito per non trovarsi in condizioni di inferiorità. Anche per il singolo l’osservanza delle norme morali e la rinuncia all’uso brutale della forza sono in genere assai poco vantaggiose, ed è raro che lo Stato sia in grado di indennizzarlo per il sacrificio che gli ha imposto. Né possiamo meravigliarci se il rilassamento di tutti i vincoli morali tra i grandi personaggi dell’umanità si ripercuote anche sulla moralità privata, posto che la coscienza morale, lungi dall’essere quel giudice inflessibile di cui parlano i moralisti, altro non è alle origini che «angoscia sociale». Là dove vien meno il biasimo della comunità cessa anche la repressione degli impulsi malvagi, e gli uomini
si abbandonano ad atti di crudeltà, di perfidia, di tradimento, di brutalità, che sembrerebbero incompatibili col livello di civiltà che hanno raggiunto.
Come non può, il cittadino del mondo civile di cui ho detto più su, non sentirsi smarrito in un mondo che gli è divenuto straniero: la sua grande patria è distrutta, il patrimonio comune devastato, i concittadini divisi e umiliati!

(Sigmund Freud/Albert Einstein, Riflessioni a due sulle sorti del mondo. Bollati Boringhieri, Torino, 1989)