È aperta al Civico Museo Diotti di Casalmaggiore (Cr), con il titolo I meloni, la lince, le zanzare, la personale postuma di Martino Fiorattini originale e autonomo pittore, contadino di mestiere. Nato e vissuto a Casteldidone, piccolo comune al confine tra le province di Cremona e Mantova, Fiorattini inizia a dipingere dopo i cinquanta anni, subito declinato a una pittura antiaccademica. Intervengono qui Bruno Arcari che ha scoperto e riproposto la vicenda artistica di Fiorattini, Bianca Tosatti che presenta in catalogo l’opera di Fiorattini, Renzo Margonari da sempre attento alla pittura naive. La mostra e la proposta si debbono al lavoro e alla convinzione di Roberta Ronda, responsabile del Museo Diotti e di Valter Rosa conservatore dello stesso museo. 

di Piero Del Giudice foto di Daniele Raschi  foto-archivio di Amilcare Azzoni

 

A prima vista la campagna è sempre la stessa. Il castello – la grande villa/castello di campagna – lo stesso delle stampe. Il paesaggio agricolo si sa, muta, anche lui, ma lentamente nella grande pianura. A meglio guardare tuttavia siamo dentro un mondo svuotato, passanti pochi e radi, e le voci fanno la eco nelle grandi corti delle enormi cascine del cremonese, qui, a Casteldidone, marca di confine con la provincia di Mantova. Anime 500 e molti, molti indiani sikh nelle stalle – quelli con il turbante che, oscurati dalle cronache e dalla storia, giorno dopo giorno, prendono in mano il lavoro delle stalle, la cura delle vacche e il ciclo di produzione dei derivati del latte. Hanno i loro riti nuziali, fanno girare al più il segno delle magre demografie autoctone. La crisi della valle padana, iniziata nei primi decenni del secolo scorso, ha impiegato cento anni – non molti allora – per disperdere un mondo millenario. Martino Fiorattini (Casteldidone 1928-1997) agisce, nella sua vita, come contadino e come pittore autonomo negli ultimi decisivi decenni della crisi. Sta in bilico sul crinale dell’onda finale dell’abbandono del mondo agricolo – gli anni Cinquanta e Sessanta «quando la campagna andava ancora bene» dice la figlia Angela – figlio di contadini e unico di tre fratelli a non emigrare. Gli altri due operai di fabbrica nel milanese: Nino, che vive a Cinisello Balsamo e Pasquale che abitava a Busto Arsizio. Martino è un bravo piccolo-contadino specializzato nella coltivazione di meloni, poponi in terra libera e serra (per questo i suoi quadri sono punteggiati da meloni gialli a polpa bianca e retinati a polpa arancione) titolare di una minuscola azienda familiare dove la moglie Francesca Delvò e il figlio Maurilio.
«La domenica bisognava lavorare – dice Paola, l’altra figlia – ma lui prima delle 11 lasciava il lavoro nel campo e nella serra, andava a casa a mettersi il vestito della festa e si presentava in chiesa». Parrocchiano diligente, in chiesa chiedeva silenzio e attenzione ai fedeli, fustigava a parole i bestemmiatori.  E dipingeva. Come gli sia venuta questa passione della pittura non è molto chiaro. Gli viene dopo i cinquanta anni. È quasi certo che si convince dopo aver visto in televisione un documentario su Ligabue e poi una mostra di Ligabue. Antonio Ligabue, Al matt, Al todesch di Gualtieri, figlio illegittimo della emigrata bellunese, montanara a Zurigo, Elisabetta Costa. Ligabue, persona dalla adolescenza tragica, lo sbandato dei ricoveri in manicomio in Svizzera e in Italia, il pittore scoperto e adottato dallo scultore Mazzacurati.  Ligabue che si insedia a Gualtieri dall’altra parte del Po, capostipite qui, figura drammatica ed egemone anche qui, in queste terre lombarde, portabandiera della piccola folla di pittori irregolari e autonomi comunemente detti naifs, folla che preme dalle densità del tempo smemorato con tele sbilenche sottobraccio per avere giustizia ed evidenza.

Ha cominciato con le tempere. Quelle che si adoperano a scuola, quelle a tubetti, le chiedeva a mio figlio, anche i pennelli glieli prestavano i nipoti.

Sia come sia, Martino Fiorattini inizia a dipingere passati i cinquanta. Degli inizi, Angela, la figlia minore dice: «Ha cominciato con le tempere. Quelle che si adoperano a scuola, quelle a tubetti, le chiedeva a mio figlio, anche i pennelli glieli prestavano i nipoti. Si alzava anche di notte se gli veniva in mente, lasciava i tubetti a metà». Comincia e continua sino alla fine. Di sicuro guarda Al matt, al pittore d’estro che batte in motocicletta le piane di Gualtieri, ma via via prende una propria strada, una pittura originale ed autorale, dipinge in grande autonomia, firma le tele, possiede ed esercita, approfondisce e si identifica in una propria visione del mondo.  Dipinge figure – persone, animali – e soprattutto campagne: coltivi, cascine ristrutturate e all’orizzonte chiesine e campanili. Dipinge una pianura rigonfia di messi, terre che fermentano di vita, territori agricoli fitti di frutti, di fiori, di insetti e anche di storie. Terre percorse da acque di fiume e di bonifica, animate da piccole storie umane, popolati da bestiari non simbolici, visti nel reale e insieme immaginifici. Diventa pittore consapevole all’inizio degli anni Ottanta, quando – sposo di Francesca Delvò è padre di due figlie, Paola del ’57 e Angela del ’62 che vivono a Casteldidone, e del maschio Maurilio – anche lui, il figlio, poi lascerà la campagna per la fabbrica quando, Angela dice: «l’agricoltura è andata giù e voleva il suo stipendio» – nato nel ’55 è morto nel 2009. La pittura distoglie sempre più Martino dalle incombenze e dal lavoro in azienda. Se ne lamentano i figli: «Staccava dal lavoro e andava a dipingere». E nei campi si perdeva a lungo a guardare il paesaggio. Aveva dei momenti di contemplazione.

Martino Fiorattini
La volpe, olio su tela, cm50x60

Piccole storie
Le tele di Fiorattini – anche quando tutte immerse nel paesaggio e sempre sotto un sole canicolare che eccita i colori – raccontano infinite storie. Storie di fiori e di piante animate, con effetto surreale. Spesso dipinge occhi nei petali, maschera volti nel fogliame e nei virgulti. Storie di animali e di uomini. Una cagna che partorisce in mezzo al frumento, il topo gigante che ammaestra il gatto minuscolo, il confronto tra il cavallo e la lince, la volpe con il pollo in bocca, grandi lucertole serpeggiano poi tra i filari, germani al passo, la lince o il gatto selvatico con la selvaggina in bocca, piccole storie all’orizzonte nelle prospettive sbilenche e sovrapposte delle tele. E storie in primo piano: un uomo anziano che seppellisce con la vanga un infante, uno che pesca, un ragazzo che fa jogging su un viottolo di campagna, uno scheletro animato, un ostensorio e altre indecifrabili piccole storie di cui il pittore lascia traccia e racconto.

«Mio padre non li faceva vedere perché tutti gli dicevano “ma cosa vuoi far vedere quei ciucciotti lì”»

Angela «Ci teneva lì a spiegarci il quadro che aveva finito. Ma non ricordo niente, le sue spiegazioni mi entravano da un orecchio e uscivano dall’altro. Quando ha visto che noi figlie non lo ascoltavamo e non apprezzavamo i suoi quadri, perché davvero non li apprezzavamo, ha cominciato a fare i suoi discorsi ai nipoti. Li teneva lì per delle ore». Non apprezzavano. Nessuno apprezzava. Fuori dalla famiglia non faceva vedere i quadri. Angela: «Mio padre non li faceva vedere perché tutti gli dicevano “ma cosa vuoi far vedere quei ciucciotti lì”. Lui continuava, ah certo. Era un tipo che non ascoltava, lui andava, con le sue idee».
Eppure qualche rappresentazione, nella sua pittura anomala, è chiara da subito. La tela luminosa di San Francesco con acque, terre  ed anatroccoli, il Cristo con gli apostoli, l’affresco sui muri dell’oratorio parrocchiale con Gesù e i dottori dove il Cristo è un ragazzotto arrampicato su una sedia che spiega le scritture ai vecchioni, e c’è il bel quadro tumultuoso del parroco di Casteldidone che maledice e affronta la grandine (raccontano di questo parroco estroso anche le cronache), il ritratto del falegname e pittore Ireneo Ferini, sodale e rivale, e quello, a suo modo memorabile, de La Contessa. Vi è dipinta una altera figura femminile a mezzo busto, picchiettata sul seno e sul volto da piccoli colpi di pennello, con quel segno distintivo del pittore – simbolico e da decifrare – di una piccola mano che regge il bocchino. Si tratta, verosimilmente, della contessa Anna Maria Douglas Scotti abitante del maniero contiguo le cascine del borgo dei Mina della Scala (56 stanze), famosa anche per certi racconti di fantasmi, grande fumatrice, il corpo picchiettato di efelidi – dette in dialetto pani, come precisa nella conversazione Amilcare Azzoni che fornisce qui alcune foto d’archivio. Amilcare può testimoniare sul corpo della nobile e sulle efelidi, ha visto infatti la contessa nuda mentre faceva l’amore con il marito (“gli stava sopra, facevano la bicicletta”).
Il borgo di Casteldidone, ancora oggi nella sua struttura, è l’evidente contado dei nobili  Douglas Scotti imparentati con i Gonzaga, si riflette sulle cascine la metafisica del maniero, e memorie, racconti, curiosità e dicerie, scorrono – come in ogni feudo – all’ombra del castello.

Martino Fiorattini
Martino, a destra, alle serre dei meloni, 1980 c.a

Ireneo Ferini
Aveva le serre e una vigna dove svettava su un palo un gallo fatto e dipinto da lui, aveva nella corte il maiale, le anatre, il pollaio, faceva i salami con qualche tocco personale. Amilcare: «Quando si fanno bollire i ciccioli, nello strutto bollente metteva la mela». Era un bravo originale pittore ed era solo nella sua pittura, a parte quell’Ireneo Ferini, falegname. «Se c’era bisogno di un falegname chiamavamo lui, tutti abbiamo dei mobili di Ireneo in paese» mobili, massicci, pesanti, con i riccioli, Angela che parla aggiunge: «Martino ed Ireneo erano amici stretti. D’inverno, non sapeva cosa fare così andava alla bottega di Ireneo, invece che andare nei bar preferiva andare dal suo amico Ireneo. Penso che parlassero di pittura». Questa è una storia nella storia ed un sodalizio d’arte nelle terre piane e tra le nebbie casteldidonesi. Qualche cascina, poche strade, il castello – d’accordo – e due autodidatti, un artigiano e un contadino, diversi ed opposti, che fanno una piccola consorteria d’arte, un piccolo rustico cenacolo.
Ireneo è un falegname con bottega e una declinazione per l’arte. Fa pittura e fa bassorilievi. La casa dove abitava e aveva il laboratorio ha su un fronte la ripresa in bassorilievo del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo e sull’altro una serie di formelle con i mestieri di una volta. L’arrotino, i contadini sul carretto, l’anziana che fila con la conocchia sulla rocca, l’ombrellaio, il maniscalco etc. I contadini sul carretto con l’asinello sono i genitori di Martino, Ireneo li riprenderà anche in un quadro.
Ireneo non è uno sprovveduto, si misura nella discussione con Martino e anche nelle opere. All’entrata di Casteldidone, sommersa dalle foglie colorate dell’autunno inoltrato, c’è la pesa pubblica, sui due fianchi della costruzione campeggiano due affreschi: uno turbolento, sghembo come sono le sue prospettive soprapposte, immaginifico, che è di Fiorattini e uno di placida e scontata pittura (i carri, il fieno, i bovi) che è di Ferini. Anche sulle mura dell’oratorio parrocchiale i due si misurano: Ferini fa un San Francesco, evidente nel largo saio, con colombe e altra fauna ben descritta e l’altro, Martino, mette in scena Gesù adolescente che dibatte con i dottori. Lo fa con rabbia, con furore, con una figurazione tanto veemente quanto inventata. Rivali i due, allora. Angela:«Mio padre si lamentava che Ireneo era riconosciuto e lui no». In gara allora, con Ireneo sicuro di sé, pittore-leader nella borgata e di figurazione canonica, uomo sincero, sveglio, di certo colpito da quell’amico così originale, così sicuro della propria pittura, così segnato dal demone di una narrazione pittorica senza retorica, senza luoghi comuni. Compare qui, in questo teatrino di addetti, anche la professoressa Carla Dell’Acqua, diplomata al liceo artistico ‘Toschi’ di Parma, insegnante di educazione artistica nelle scuole medie. Martino nella sua stanza-studio ne conserva un quadro insolitamente simbolico Il ricco e il povero – dice Angela – dove il ricco sfila il portafoglio al malcapitato indigente. La Dell’Acqua è una pittrice dotata e accademica, presenza dalla breve vita. Il figlio Andrea: «Ho un vago ricordo delle visite di Fiorattini a mia madre. Ero un bambino. Ricordo che Fiorattini una volta ha portato dei quadri a vedere e mia madre ha avuto parole di apprezzamento soprattutto per i colori». La Dell’Acqua dispensava probabilmente consigli tecnici: quali colori usare, quali tele, dove e come incorniciare. Sui colori, sulla scelta degli smalti Martino aveva comunque idee chiare. Secondo Amilcare e le figlie comperava a caro prezzo i migliori, a Milano. Amilcare: «Andava in macchina a Piadena, la lasciava lì e prendeva il treno per Milano. Ho visto una volta un assegno di 800.000 lire per i colori».

Martino Fiorattini
Uomo e cane selvatico, olio su tela, cm50x70

I quadri
Aveva un repertorio d’arte di riferimento. Di Ligabue si è detto e poi quelle prime prove su tela: tentato dalle asimmetrie di Picasso, di più e con più poesia da Chagal, e soprattutto da Van Gogh, sino a riprendere una stampa del pittore preferito, ridipingerla con qualche ritocco e incorniciarla. In evidenza i colori accesi e netti, i cieli rutilanti di Vincent il predicatore, ma le sue textures sulla tela, il suo fitto procedere con il pennello, il fermento che anima e gonfia le sue piccole tele, ricorda le Nurserie di Klee. Erano questi gli artisti nel suo armadio, nel suo catalogo, risorsa e santi laici. In ogni caso, presto se ne va da solo. La stragrande parte delle circa 120 tele che ha lasciato – dimenticate per venti anni in mucchio nella vecchia casa, nella stanza non grande dove dipingeva su tavolo e non su cavalletto, Bruno Arcari le ha amorevolmente raccolte e pulite – sono folgoranti di autonomia. A conti fatti ha dipinto poco più di dieci quadri l’anno. Angela: «Non stava sui quadri delle ore. Andava lì, dava un po’ di pennellate e lasciava. Di notte anche, d’inverno anche, si alzava al freddo, si metteva il giaccone e andava nella sua stanza a dipingere». Fa in vita una sola mostra, nel giardino della parrocchia, e dura un giorno. Procede sull’impianto della tela con una stesura di colore denso alla base per significare il coltivo (grano di solito, giallo squillante allora) o verdi prative o acque e dentro inserisce piccole storie. Con un’ottica da insetto, come subito, riconoscendone il valore, Bianca Tosatti ha scritto. E come un insetto gravita negli aromi e nei pollini dei fiori che dipinge, nei suoi quadri così perduti di sé, come un insetto si perde nel denso di una natura che spinge le messi. Le prospettive sghembe e sovrapposte sono insieme la sua originale visione – ottica e storica insieme si direbbe – del panorama rurale attorno, ma sono anche la terra, i solchi visti dall’alto, la biodiversità del mondo sotto che a lui ogni giorno appare, che vede il contadino curvo sopra i filari di meloni. Visione dall’alto che dà un aspetto di mappa, di cartografia e di traccia mnemonica del panorama agricolo del secolo scorso e della vicenda e lavoro umano in quel panorama. Universo che freme, ronza e bolle sotto le canicole, in quel panorama. È per questo – per una terra viva ancora, ricordata e transeunte – che una vena recriminante, amara e sovversiva serpeggia e attraversa le sue tele. Sovversione attraverso il medium della pittura che va a costituire la nervatura e l’originalità di queste rappresentazioni, le rende irripetibili, forti della mano sempre più sicura e delle convinzioni dell’autore. Tavole per una civiltà contadina che scompare. C’erano qui in queste terre dei grandi proprietari e del latifondo i  predicatori delle lotte bracciantili e mezzadrili. Il mito di ‘Pepu de la passerina’ di Spineda – Giuseppe Barbiani che predicava gli scioperi a fine ottocento e inizio del secolo scorso nelle campagne saltellando come un passero – lambisce la vita e l’opera pittorica di Fiorattini. Le prediche e i comizi di Barbiani e di altri costruttori della identità e cultura contadina della Bassa, che hanno seminato “l’evangelici risentimenti, verso la Chiesa che ignorasse i poveri e le loro quotidiane sofferenze (Don Carlo Bellò)”. Così accade davanti a queste tele.

 

Bianca Tosatti

[…]

“Non sempre il grande fiume è riconoscibile, spesso si tratta di canali d’irrigazione o di invasi di espansione delle piene o di conche naturali: insomma si tratta di acqua, sempre presente fra le colture e i campi, familiare e mobile, antica come la terra, primaria. In uno di questi quadri il rapporto fra acqua, terra, cielo è talmente fuso da creare un amalgama, un impasto materico che si ingorga e si impenna ribollendo di un colore sanguigno che inghiotte miniature di case e di colture; sembra che tutto questo calore cromatico sia raffreddato da ampie distese di neve in un clima apocalittico che viene contemplato da un coppia che ricorda gli amanti di Chagall: lui indica il mondo che si sta facendo davanti ai loro occhi, lei gli appoggia una mano sulla spalla. Per Fiorattini si tratta dunque sempre di partire da quella esperienza di terre di umido basso, padano, infossate fra il bacino del Po e le verzure dell’Oglio, dove ogni movimento dell’uomo solleva nugoli di insetti, dove l’acqua è abitata da un ininterrotto bulicame di larve, uova, forme fisiche in continua microscopica metamorfosi”

[…]

“Niente di più perfetto del melone. Ovale o tondeggiante, reticolato nella buccia, sorprendente nel colore forte e nel profumo assoluto della polpa interna, questo frutto e la sua coltivazione devono aver rappresentato per Fiorattini una vera ossessione, come dimostra nelle sue pitture la presenza ricorrente di campi e serre punteggiate da ovuli gialli del frutto della sua terra”

[…]

“Nella storia dell’arte spesso il genere ‘paesaggio’ assume alcuni connotati particolari, a volte paradossalmente antitetici: chiamiamo questo insieme di caratteri ‘vedutismo’ e con questa parola intendiamo infatti o una puntigliosa veridicità della rappresentazione o, al suo opposto, un tipo di veduta ideale, di fantasia.
Ebbene, la veduta di Fiorattini è una veduta molto connaturata all’ambiente, una veduta composta e sfaccettata, multidirezionale, come quella delle mosche, delle zanzare, delle libellule che possiedono decine di migliaia di occhi. Come microscopiche lenti gli occhi di questi insetti dell’aria umida mandano al cervello piccole immagini di porzioni singole dell’oggetto visto, che solo per apposizione diventano un insieme, come quello di un mosaico”

(dal saggio in catalogo I meloni, la lince, le zanzare: Martino Fiorattini visionario padano)

 

 

Bruno Arcari

corniciaio e pittore

Lei ha reso pubblica la pittura e la vicenda artistica di Martino Fiorattini. Lei, possiamo dire, è ‘inciampato’ nella pittura di Fiorattini davanti alla pesa pubblica di Casteldidone…Quando e come si è acceso il Suo incontro con il pittore?
Avevo già visto i murali di Martino Fiorattini, solo che sei mesi fa ho avuto la curiosità di approfondire cosa ci fosse dietro quegli strani dipinti, se l’autore avesse prodotto altre opere e se la famiglia ne avessero da mostrarmi. Le figlie, disponibili, allo stesso tempo incredule e sorprese da tanto interessamento mi hanno messo davanti pressoché l’intera produzione di Martino, circa cento tele, dimenticate in una stanza buia della vecchia casa dei Fiorattini, sempre a Casteldidone. Fu per me una visione di opere straordinariamente originali e da quel momento impegnai molte delle mie energie per organizzare una mostra. Le tele di Martino Fiorattini dovevano a quasi venti anni dalla sua morte essere viste dal pubblico.

La raccolta, la catalogazione dell’opera di Fiorattini, come è avvenuta? Adesso in catalogo ci sono più di 100 tele. Lei pensa che la ricerca produrrà altre scoperte?
Le figlie Angela e Paola mi hanno permesso di portare con me le opere che dovevano essere lavate, fotografate e catalogate. Al momento sono circa centoventi comprese quelle che Martino ha donato ad amici e conoscenti. Le ho catalogate e spero di catalogarne altre.

Della famiglia Fiorattini sono vive le figlie Paola e Angela. Come vedono questo improvviso interesse per la pittura del padre?
La famiglia Fiorattini è tuttora stupita. Quando era in vita Martino lo consideravano un bizzarro che dipingeva cose strane a loro incomprensibili e un perditempo. Ora la figura del padre desta interesse, cominciano a cambiare opinione,  cominciano a capire che era un tipo speciale.

Lei che ormai in gran numero ha ordinato e raccolto le tele di Fiorattini, che idea si è fatto di questo pittore?
Ritengo la sua arte estremamente affascinante, un’arte visionaria e misteriosa proveniente dalla mano di un contadino sempre rimasto tale, un coltivatore di meloni.

La piccola comunità di Casteldidone è consapevole del fatto che un pittore di notevole originalità è vissuto e ha lavorato qui per decine d’anni?
La stragrande parte degli abitanti di Casteldidone non ha mai avuto consapevolezza del talento straordinario di Martino, solo ora è stato rivalutato. A dire il vero non so quanto.

Quali progetti per il futuro? Come si pensa di presentare in modo chiaro e ordinato l’opera di Fiorattini?
Vorrei che l’opera di Martino Fiorattini fosse vista dal maggior numero di persone possibile. Bisogna fare mostre con la totalità della sua produzione e cataloghi importanti, curati da esperti e studiosi, anche perché penso che le opere siano appunto da studiare attentamente in quanto ricche di particolari, non basta una prima visione.

 

Renzo Margonari

pittore, direttore di Museo e studioso di artisti spontanei

Lei ha visto la mostra di Fiorattini e ha visto altri quadri non esposti. Cosa pensa di  questa vicenda pittorica e culturale?
Conosco alcune altre vicende assai simili a quella di Martino, e altri pittori spontanei con caratteri simili.  Sono  artisti non ‘gradevoli’ e hanno una visione cannibalesca della natura, oltreché ruvida e primitiva. Sanno leggere e vedere dettagli che sfuggono allo sguardo abituale. Hanno il senso della meraviglia per ogni più piccolo fremito di vita che anima l’ambiente che vorrebbero rappresentare con descrizioni sinottiche totalizzanti. E sono assai distanti dalle immagini lunari dell’accademismo naifistico ormai tramontato.

Le vicende di questi pittori del tutto autonomi e originali non hanno che deboli relazioni tra loro, tuttavia a chi possiamo imparentare Fiorattini? Dove lo collochiamo nel panorama dei pittori-contadini del secondo Novecento?
Alcuni: Ghizzardi, Nerone, di sicuro Ligabue. Credo, però, che il miglior servizio che si possa fare in questi casi sia di non collocarli per niente, ma cercare di capire le motivazioni soggettive che spingono ciascuno ad esprimersi artisticamente. A ognuno il suo. Occorre vedere, semmai, di che natura sia la loro rispettiva facoltà poetica, comprendere il mistero di tale compulsione. Non si fanno colture di fiori selvatici, benché ve ne siano di bellissimi.

L’attenzione alle vicende ‘anomale’ in pittura, lo sguardo attento ai pittori ‘visionari’ è una caratteristiche della critica d’arte e anche del collezionismo del secondo Novecento. Oggi sembra del tutto calato l’interesse per questa ampia e forte regione culturale. Come mai? Sono i nostri anni che perdono in originalità?
Sono anche un artista surrealista. Ho sempre considerato, tra i primi e pochi in Italia, che questi artisti spontanei, tutti visionari, siano un po’ come i nostri cugini di campagna, ma senza l’incrostazione rognosa della cultura psicanalitica,  politicizzata e anarcoide dei surrealisti. Surrealisti ‘tranquilli’, insomma. In realtà, al proposito, non c’è mai stato nei loro riguardi se non un interesse d’ordine speculativo finanziario, tentativo fallito per l’impossibilità di pilotare il fenomeno e perciò abbandonato dal mercato dell’arte che spinge le mode culturali. Ma il fenomeno – i vari casi come Martino – non può essere compreso in una griglia chiusa. Ci sono sempre stati, da scoprire nella notte temporale dell’arte, e ce ne saranno sempre. Non c’è stato inizio né ci sarà una fine. Le opere sono sempre originalissime poiché estratte dall’intimo individuale e nessun uomo ha la stessa esperienza e sensibilità di un altro. Ci possono essere individui simili, ma non uguali.

Che percorso pubblico delle opere di Fiorattini Lei consiglia alla famiglia? Il pittore che non ha mai fatto una mostra, che accumulava le sue tele in casa…
Spero che in omaggio all’evidente disinteresse di Martino per il risultato pecuniario, si voglia valorizzare e far conoscere, testimoniare la vicenda artistica nella sua verità umana e poetica. Allora, ritengo che si debbano favorire studi critici competenti e come al Museo Diotti, lo si debba presentare in altre strutture pubbliche di prestigio.