Sebbene negli ultimi mesi abbia subito delle battute d’arresto, il gruppo jihadista nigeriano di Boko Haram continua saccheggi, rapimenti e attentati kamikaze. Le incursioni colpiscono in particolare l’area attorno al fiume Komadougou Yobé, nella regione di Diffa, sud-est del Niger. Un mese fa alcuni suoi membri si sono fatti esplodere nel centro di Diffa, città già stremata dalle violenze della setta estremista. Il Komadougou Yobé, che segna il confine tra Niger e Nigeria, ostacola l’avanzata di Boko Haram, ma non la blocca. L’esercito nigerino – per altro noto per le sue ritirate ‘strategiche’ – non è certo all’altezza di un nemico così temibile e dalle infinite risorse.

testo e foto di Luca Salvatore Pistone

 

Spesso nelle carte geografiche il fiume Komadougou Yobé non è nemmeno segnato. E nei mesi di siccità il suo letto è privo d’acqua. Al momento, fortunatamente per la popolazione locale e i profughi nigeriani, di acqua ce ne è. Il livello del fiume è sufficiente a contenere gli attacchi di Boko Haram (in lingua hausa “l’istruzione occidentale è proibita”), tuttavia qualche jihadista riesce ad attraversare a nuoto il fiume, infiltrarsi nella popolazione e farsi saltare in aria. Proprio come è successo agli inizi di ottobre nel quartiere Koura di Diffa, quando quattro uomini carichi di tritolo hanno lasciato un saldo di una decina di morti.
«Boko Haram attraversa il fiume e spara all’impazzata contro la gente. Non importa se contro donne e bambini. Spara e basta», racconta Gambo, l’anziano capo del villaggio di Gagamari, alle porte di Diffa. Con le mani mima il gesto del fucile: «Con quelli di Boko Haram devi essere veloce: scappare, scappare e scappare. Se finisci nelle loro mani…credimi, è meglio darsi la morte prima». Il villaggio di Gagamari, come il vicino villaggio di Chetimari e alcuni quartieri della stessa Diffa, sono stati per alcune settimane sotto il ferreo controllo jihadista. Su edifici e capanne è sventolata la bandiera nera di Boko Haram, che recentemente ha iniziato a farsi chiamare Stato Islamico dell’Africa Occidentale, logica conseguenza dell’alleanza con lo Stato Islamico. «Io e quasi tutti gli abitanti di Gagamari siamo scappati in tempo, ma alcuni sono rimasti perché pensavano che in quanto bravi musulmani i Boko Haram li avrebbero lasciati in pace. Ma si sbagliavano, gli uomini sono stati uccisi e le donne sono state fatte schiave».
Il capo Gambo viene interrotto continuamente dalle donne del villaggio. Ognuna vuole dire la sua. Su tutte ha la meglio Mansurah, 24 anni, madre di tre bambini: «Stuprano tutte le femmine. Non importa che siano bambine, adulte o vecchie. Le violentano e poi per divertirsi le torturano e le uccidono. Lentamente. Una bambina di Chetimari, avrà avuto 7 anni, è passata da un Boko Haram all’altro per una giornata intera. Dico, una giornata intera. Non si sa come ma è riuscita a scappare e a raggiungere un villaggio vicino. Non sono serviti a niente le cure mediche, è morta dopo pochi giorni. Aveva perso molto sangue. Io lo so, si è lasciata morire».

Occhiali da sole, infradito, moto-taxi
Nella città di Diffa vivono 500 mila persone, nell’area della città sopravvivono 150 mila profughi nigeriani. Poi ci sono gli sfollati nigerini nomadi e sempre in fuga da un villaggio all’altro, a seconda del buono e del cattivo tempo di Boko Haram. Nonostante la militarizzazione di Diffa, i jihadisti riescono ad attraversare il Komadougou Yobé e a camuffarsi da semplici cittadini. Secondo i locali, l’identikit del Boko Haram è il seguente: maschio, nigeriano, tra i 14 ai 25 anni, occhiali da sole, vestito sportivo, infradito ai piedi.
Ma Boko Haram non è solo questo. È composto anche da giovani donne, convintedella bontà del martirio, che entrano in scena come kamikaze. Il gruppo nigeriano ha da poco introdotto una novità nelle missioni di morte – novità che stride con il jihad nella sua versione più classica – nei gilet colmi di esplosivo viene installato un detonatore che può essere azionato a distanza, nel caso in cui, all’ultimo, il candidato martire o la candidata martire ci ripensino.

I teorici del jihad ‘puro’ affermano di contro che il kamikaze deve essere realmente convinto di ciò che sta facendo, che deve credere sacra la sua missione

I teorici del jihad ‘puro’ affermano di contro che il kamikaze deve essere realmente convinto di ciò che sta facendo, che deve credere sacra la sua missione.
A completare un quadro già di per sé drammatico c’è la questione dei moto-taxi. Nella regione di Diffa, come in tutta l’Africa occidentale, quella del moto-tassista è una delle professioni più diffuse. Ma da un paio di mesi a questa parte, in base ad un decreto di emergenza, è assolutamente vietata la circolazione dei moto-taxi. Questo perchè la maggior parte degli attentati viene consumata a bordo delle motociclette. Uno studio condotto dal Programma Statale di Coesione Comunitaria del governo nigerino afferma che i giovani autisti di moto-taxi della regione di Diffa rimasti senza lavoro sono ufficialmente 358. Vanno aggiunti a questi i mille ufficiosi. Un progetto finanziato da USAID, il gigante della cooperazione a stelle e strisce, ha fornito a una cinquantina di queste ‘vittime collaterali’ della lotta a Boko Haram quattro montoni a testa, da allevare e rivendere a proprio piacimento. Non basta certo, su una piazza già impoverita, sono alla ricerca di qualsiasi lavoro altri mille giovani disoccupati, arrabbiati e affamati. Un esercito di disperati facilmente reclutabili da Boko Haram, che raccoglie consensi e adepti tra le fasce più povere della popolazione.
«Fare il moto-tassista non ti rende certo ricco, ma quantomeno ti permette di portare qualche soldo a casa a fine serata. Hai bisogno delle sigarette? Chiami un moto-tassista e quello te le va a prendere. Hai bisogno di trasportare una capra dal centro città ad un villaggio? Monti dietro al moto-tassista e la porti senza problemi. La legge di emergenza ci ha messo tutti nei guai, Boko Haram ci sta facendo affondare giorno dopo giorno. So di ragazzi che avendo perso il lavoro di moto-tassista sono passati dalla parte di Boko Haram, almeno ora possono sgranocchiare qualcosa. In più il decreto di emergenza prevede il coprifuoco per veicoli e pedoni dalle otto di sera, e i giovani impazziscono a rimanere in casa», spiega Mussa, 23 anni, che da quando non può più circolare sulle due ruote passa intere giornate all’angolo di uno stradone di Diffa offrendo le sue braccia al migliore offerente. «Nel corso dell’ultimo anno alcuni uomini di Diffa per disperazione, mancanza di lavoro, sogni e alternative sono partiti verso la capitale Niamey. Molti altri, invece, hanno aderito a Boko Haram e oggi agiscono come infiltrati dall’interno della città. Sono spesso ragazzi di Diffa quelli che si fanno saltare in aria».

Una pattuglia nigerina sorveglia il fiume Komadougou Yobé
Una pattuglia nigerina sorveglia il fiume Komadougou Yobé

I divieti, l’emergenza
L’esercito nigeriano monitora giorno e notte il Komadougou Yobé e ogni tanto capita di avvistare gli uomini di Boko Haram sull’altra sponda. Balarabe è il più loquace della sua unità, probabilmente anche perché il più brillo. La birra calda di cui dispongono le truppe è uno dei principali alleati di Boko Haram. «Se quei cani attraversano il fiume li sterminiamo a colpi di kalashnikov. Ci devono solo provare», dice sicuro di sé Balarabe, mentre i suoi commilitoni lo prendono in giro appollaiati sul retro di una jeep.
Il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, è originario di queste parti ed è quindi un profondo conoscitore del territorio. Sua probabilmente l’idea di nascondere pistole e fucili da consegnare all’interno di Diffa nei camion di pepe, spezia conosciuta come ‘l’oro rosso di Diffa’ e la cui coltivazione è uno dei pilastri dell’economia locale. O meglio, era. Sempre in base al decreto di emergenza le coltivazioni di pepe sono vietate: tra i grani di pepe venivano occultate armi ed esplosivi, soprattutto perché i poliziotti e militari nigerini sono sprovvisti di metal-detector. Stessa sorte è toccata al commercio del pesce del sempre più prosciugato Lago Ciad, poco distante da Diffa. Pescare è vietato da quando si è scoperto che i proventi della pesca venivano spartiti dai commercianti coi jihadisti attraverso un sistema simile al pizzo. Nuovi disoccupati e nuove potenziali leve per Boko Haram.
La chiesa evangelica della Vita Abbondante si trova nel centro di Diffa. I jihadisti sembrano non fare troppe distinzioni tra musulmani e cristiani, ma questi ultimi, in netta minoranza, sembrano ancora più terrorizzati: le immagini delle chiese piene di credenti mandate in fiamme nella confinante Nigeria anticipano uno scenario sempre più verosimile da questa parte del fiume. Ciononostante, ogni domenica mattina, continuano a ritrovarsi a messa danzando e cantando a squarciagola.

I cristiani di Diffa
“Boko Haram è un animale ferito”, questo il pensiero che va per la maggiore a Diffa, e il fatto che ora si faccia chiamare Stato Islamico dell’Africa Occidentale altro non sarebbe che una mossa di marketing per tenere alto il livello di terrore nella regione. Ma, ammesso che ci troviamo di fronte a un ‘animale ferito’, si sa che una fiera ferita, messa alle strette, è capace di tutto. E quando la bestia in questione è Boko Haram, è certo, il sangue abbonda. «Si sa benissimo che quelli di Boko Haram hanno fame, sono stremati. Per questo motivo si scagliano solo verso civili, come qui accade spesso. In uno degli ultimi attacchi ne hanno uccisi più di venti, anche il sindaco è morto. Hanno rubato cibo, non hanno le forze per combattere contro i nostri soldati. Però rimangono pericolosi, s’infiltrano tra di noi e si fanno esplodere o sparano all’impazzata», spiega Paul, il guardiano tuttofare della chiesa evangelica della Vita Abbondante, mentre fa parcheggiare nel cortile le macchine dei primi fedeli arrivati.

Chiesa evangelica della Vita Abbondante, canti e balli durante la messa della domenica
Chiesa evangelica della Vita Abbondante, canti e balli durante la messa della domenica

Questa chiesa evangelica e una cattolica sono le due uniche strutture cristiane di Diffa. Le incursioni lampo dei jihadisti in città, tra febbraio e giugno, non ha toccato i quartieri in cui esse si trovano. Ma la paura che Boko Haram possa bussare alla porta della parrocchia è più che motivata. Il pastore Jean è rimasto coraggiosamente a difendere la sua chiesa, preferendo però mettere al sicuro la moglie e i due figli nella capitale Niamey: «Ci siamo dovuti dividere, farli rimanere qui sarebbe stato da incoscienti. Io rimango a confortare la mia gente. In Niger noi cristiani siamo pochissimi e per di più maltrattati. Noi tutti ricordiamo le chiese bruciate a Niamey e in altre città a gennaio per quella vignetta su Maometto pubblicata da Charlie Hebdo. I musulmani erano impazziti e hanno dato alle fiamme ogni simbolo cristiano. Boko Haram in un certo senso sarebbe stato solo la ciliegina sulla torta, ma non ci ha sfiorato, almeno fisicamente. Mentalmente invece ci ha devastato».

Nel villaggio di Chetimari, alle porte di Diffa
Nel villaggio di Chetimari, alle porte di Diffa

Da quando Diffa è entrata nel raggio d’azione di Boko Haram, prima di ogni funzione il pastore Jean tiene una sorta di tavola rotonda in cui cerca di spingere i suoi parrocchiani a discutere delle proprie paure relative alla minaccia jihadista. «È un modo per esorcizzare quei demoni. Parlarne ci fa bene. Lo so che può sembrare assurdo, ma a volte penso che sarebbe stato meglio aver subìto un attacco reale, piccolo chiaramente, anziché vivere nella costante angoscia di un imminente attentato. Vedere passeggiare un ragazzotto fuori dal nostro cancello, per la nostra strada, ci fa mettere subito sull’attenti e così ci chiediamo: “Sarà uno di Boko Haram? Dove tiene nascoste le armi o l’esplosivo?”».
Fortunatamente nelle quasi due ore di messa i cattivi pensieri sono tenuti lontani. Musiche, canti e balli mantengono alto il morale di questa piccola comunità di una cinquantina di persone. Al momento di mostrare le proprie doti canore, vecchiette rimaste sedute per tutto il tempo si trasformano in autentici animali da palcoscenico con acuti da fare invidia alle più popolari cantanti. E giovani donne come Godiya, seguono egregiamente il loro esempio.

Godiya
Godiya (il cui nome in lingua hausa significa “grazie”) ha appena compiuto vent’anni. È nigeriana e la sua città natale è Maiduguri, proprio dove una dozzina anni fa nacque Boko Haram. Fuori dalla chiesa Godiya è molto meno spigliata, e quando si decide a raccontare la sua storia si fa piccola piccola, cercando addirittura un riparo dietro un albero nel cortile di casa sua. Alcuni mesi fa si è trasferita con la famiglia, stanca del perenne assedio di Boko Haram, a Diffa. Credeva di essersene liberata, ma non è stato così.

“Entra subito dentro altrimenti ti spariamo”. Poi hanno sparato tre colpi a mio padre. Urlavo urlavo ma nessuno è venuto ad aiutarci

«È accaduto il 7 maggio, di notte. Sono corsa fuori e ho visto mio padre che veniva malmenato, sdraiato per terra, da due ragazzi di neanche 16 anni. Gli hanno rubato tutto, soldi, chiavi del negozio e documenti. Gli urlavano: “Dove hai il telefono?”. Sono corsa dentro e ho detto a mia madre: “Mamma, stanno uccidendo papà”. Allora mia madre è uscita fuori e si è messa a urlare e piangere, ma i Boko Haram le hanno detto: “Entra subito dentro altrimenti ti spariamo”. Poi hanno sparato tre colpi a mio padre. Urlavo urlavo ma nessuno è venuto ad aiutarci».
Godiya non è sicura del fatto che i due di Boko Haram abbiano derubato e ucciso suo padre in quanto cristiano o perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ciò di cui però è certa è che i due giovani fossero dei Boko Haram:«Pochi giorni dopo li ho rivisti, sempre di sera. Giravano dalle parti di casa mia. Ho iniziato a seguirli. Volevo parlare con loro, chiedere perché avessero ucciso mio padre che era un brav’uomo. Ma loro, dopo avermi riconosciuta, hanno iniziato a insultarmi e rincorrermi. Però, correndo come mai nella mia vita, sono riuscita a seminarli. Anche in quel caso nessuno è venuto in mio soccorso. Boko Haram è libero di arrivare dove vuole. Anche nelle piccole rapine che fanno quando sono in difficoltà spesso ci scappa il morto. Come mio padre, che non aveva neanche reagito».

Assaga
Il campo di Assaga ospita gli sfollati nigerini e i rifugiati nigeriani. Il campo prende nome da un villaggio di frontiera, il cui territorio è a cavallo tra Niger e Nigeria. Oggi tutti gli abitanti di Assaga vivono in una vasta tendopoli, non molto distante dal loro villaggio natale, che è divisa in due da uno stradone asfaltato: da un lato c’è Assaga Niger, con solo nigerini, e dall’altro Assaga Nigeria, con solo nigeriani. Tutti pensavano di essere al sicuro al campo, ma la realtà è un’altra: gli attacchi dei terroristi sono frequenti e il fenomeno degli infiltrati prende sempre più piede.
Il campo di Assaga si trova a circa 20 chilometri da Diffa e poche centinaia di metri dal confine con la Nigeria, e ospita 2.517 nigeriani e 3.771 nigerini flagellati da malaria, diarrea e malnutrizione. Non appena eletto presidente della Nigeria, alla fine dello scorso maggio, Muhammadu Buhari ha fatto una promessa al suo popolo: «Entro dicembre non si sentirà più parlare di Boko Haram in Nigeria». E la sta mantenendo, nel senso che l’esercito nigeriano sta spingendo verso nord il gruppo terroristico, portandolo ad oltrepassare i confini nazionali e penetrare in Niger e Chad.

Bambini del campo di Assaga, lato profughi nigeriani
Bambini del campo di Assaga, lato profughi nigeriani

Il villaggio di Assaga è situato sulla strada di quella che può essere la direzione della momentanea ritirata dalla Nigeria di Boko Haram. Migliaia di suoi abitanti, sia nigerini che nigeriani che sono riusciti a mettersi in salvo, hanno trovato rifugio nella regione di Diffa. In fretta e furia diversi attori internazionali, come l’Organizzazione per le Migrazioni (OIM), l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e Medici Senza Frontiere (MSF), si sono adoperati per organizzare un campo di accoglienza per queste persone.
Il campo di Assaga esiste dalla scorso giugno. Centinaia e centinaia di tende ricavate da un po’ di legna e teli di plastica si susseguono per circa un chilometro ai lati dello stradone che conduce all’aeroporto di Diffa. Da una parte c’è Assaga Niger, terra di sfollati nigerini, e dell’altra Assaga Nigeria, dei nigeriani. Questa divisione è stata così tanto interiorizzata che quando qualcuno attraversa la strada, magari per acquistare del latte in polvere in una delle bancarelle sorte nel campo, esclama: “Vado all’altra Assaga, torno presto”. In questa riproduzione in scala del villaggio di Assaga spuntano bambini da tutte le parti. In loro presenza, per non fargli rivivere il trauma degli attacchi dei terroristi, è proibito nominare Boko Haram’. I ‘cattivi’ vengono scherzosamente chiamati dagli adulti ‘Bon Homme’, gli ‘Uomini Buoni’.

I bambini non possono e non vogliono dimenticare ciò che hanno vissuto negli ultimi mesi

I bambini non possono e non vogliono dimenticare ciò che hanno vissuto negli ultimi mesi. Hanno inventato delle canzoni che nelle lingue locali hausa, kanourì e peul, prendono in giro e addirittura sfidano Boko Haram. Alcuni versi recitano: “Non osate venire qui, i piccoli di Assaga Niger e Assaga Nigeria vi prenderanno a pugni”. Alcune ONG muniscono i bambini di fogli e pennarelli per fargli rappresentare l’esperienza avuta con Boko Haram. Ed ecco omoni grandi e grossi con fucili e maceti; donne kamikaze con lunghe vesti che coprono l’esplosivo; taniche di benzina per dare fuoco a chiese, scuole e mercati. Cadaveri dappertutto.
I jihadisti sono muniti di armi di ogni sorta e hanno un solo obiettivo: mettere tutto a ferro e a fuco, città dopo città. E lo fanno con una meticolosità che ha dello sbalorditivo. Lo sa bene Musa, che nella parte nigeriana di Assaga aveva due piccoli negozi, uno di alimentari e l’altro di ricariche telefoniche. “Ci avevano riuniti tutti nella piazza. Ci accusavano di averli denunciati all’esercito, che eravamo delle spie. Ma non era vero. Hanno tirato fuori i fucili e hanno iniziato a spararci contro, all’altezza della testa. Quel giorno sono morte almeno venti persone. Quei Boko Haram erano dei ragazzi, poco più che bambini. Dicono di essere loro i bravi musulmani, ma i bravi musulmani non uccidono le persone senza motivo”. Non appena iniziati gli spari, data la grande confusione, Musa riuscì a scappare, riportando però una profonda ferita sul fianco, frutto di un incontro con la lama del machete di un jihadista.
Con cadenza quasi settimanale il campo di Assaga viene preso di mira da Boko Haram. L’intera regione è militarizzata, ma a difesa diretta della struttura non c’è nessuno. Al fine di reclutare nuove forze e rubare viveri, Boko Harma mette sempre più guerriglieri tra la gente del villaggio. Così, spesso all’appello manca qualcuno, misteriosamente ucciso o rapito. In questo secondo caso sono soprattuto le donne ad essere protagoniste. Servizi igienici e corrente elettrica non ci sono, e così di notte per fare i propri bisogni occorre allontanarsi. Numerose donne non hanno mai fatto ritorno in tenda. «Mia cugina Jamilah non doveva andare a fare le sue cose da sola di notte. Tutti sanno i rischi che si corrono. Sempre meglio farsi accompagnare da un uomo. È più di un mese che è scomparsa. Sarà finita nelle mani di Boko Haram. Ad Assaga, la vera Assaga, non si viveva bene, ma almeno era un posto tranquillo. Si andava in bagno sapendo di potere tornare a letto sani e salvi», racconta Samirah, nigerina di 19 anni, aspirante sarta.

Le stragi
Coloro che non sono subito scappati ai primi avvistamenti di Boko Haram sono stati testimoni e vittime di orrendi soprusi. Tra questi c’è Atikah, nigeriana di 33 anni, che mentre fa la fila al pozzo per la sua tanica di acqua racconta: «La prima volta che sono venuti a casa mia mi hanno chiesto perché mio marito non fosse in moschea. Gli ho risposto che non lo sapevo e se ne sono andati via. Sono venuti la seconda volta ed è successa la stessa cosa. Alla terza ridevano con le facce cattive e m’hanno preso di forza e condotto in moschea. Lì ho trovato mio marito, morto, ucciso con un colpo di pistola alla testa. Gridavano: “Visto che alla fine è venuto a trovarci in moschea?”».
Il terrore per Boko Haram si sta tramutando in vera e propria fobia. Nella regione di Diffa i rifugiati nigeriani, in particolar modo i più giovani, sono sospettati di essere terroristi. E questo solo perché provengono dalla terra di Boko Haram. Zainab, nigeriana di 21 anni, teme di essere diventata vedova: «Mio marito era andato al mercato di Diffa per acquistare della frutta. Non era la prima volta che ci andava. Alcuni venditori ambulanti hanno iniziato a dirgli: “Sei nigeriano, vero? Allora sei un Boko Haram”. Alle prime sembravano solo divertirsi, ma poi uno di loro, che per qualche strano motivo ha iniziato a insospettirsi sul serio, ha chiamato un poliziotto che passava da lì. Quel poliziotto lo ha arrestato e portato via. Questo è quanto mi hanno raccontato degli amici che erano con lui. Sono settimane che non ho sue notizie. Vivo, morto? Solo Allah lo sa».